LE SCELTE

A volte nella vita ci troviamo di fronte a delle scelte e ci troviamo confusi. Quale strada prendere? Quale sarà la scelta migliore? E se sbaglio?

Spesso associamo la possibilità di compiere una scelta al bisogno di avere la totale certezza della strada che decidiamo di prendere: vogliamo essere sicuri che sia quella “giusta. Ma esistono davvero una scelta giusta e una sbagliata? Esiste davvero una scelta per cui tutto andrà bene e una per cui tutto andrà male, in base a quanto ci corrisponde?

Tutte le scelte, soprattutto quelle importanti, implicano un cambiamento e la messa in discussione di un equilibrio. Fare una scelta significa cercare risposta a dei bisogni che prima non venivano soddisfatti ma può portare anche a mettere in discussione il tipo di persone che pensiamo di essere, alcuni legami affettivi o alcune abitudini.

È importante darsi il tempo di rifletterci, per immaginare ogni strada e come ci vediamo noi lungo ciascuna di quelle strade. È importante perchè una volta presa la decisione, sapremo perchè l’abbiamo presa, che senso ha avuto per noi e cosa ci ha portato ad essere dove siamo.

Ogni cambiamento richiede un riadattamento e lasciare qualcosa di conosciuto per qualcosa che ancora non conosciamo raramente è privo di dubbi e difficoltà. Scegliere non equivale alla felicità assoluta e immediata ma ad avvicinarsi a qualcosa che ci corrisponde di più. Diamoci il tempo di prendere le misure mentre le cose cambiano, di trovare un nostro spazio e una nostra forma.

Se ti trovi davanti a una scelta e ti senti in difficoltà, contattami.

LA RABBIA

La rabbia è un’emozione di cui spesso ci vergogniamo, perchè mostra la nostra aggressività e ostilità. A volte ci spaventa, perchè sentiamo che spaventa anche gli altri.

Ma cosa esprime quella rabbia? La rabbia spesso è la voce di una sofferenza che non può essere espressa.

Può essere che per lungo tempo o in determinate occasioni ci siamo sentiti non accolti, non compresi, non rispettati, lasciati soli, e che questo ci abbia fatto sentire fragili e vulnerabili. Ma sentirsi fragili significa spesso sentirsi esposti, significa avere paura che ancora una volta verremo delusi e feriti. Allora, invece che chiedere di essere ascoltati nelle nostre paure, esprimiamo la nostra sofferenza attraverso la rabbia.

La rabbia può essere rivolta agli altri, visti come colpevoli del nostro dolore, o può essere rivolta a noi stessi, visti come non meritevoli di considerazione e amore.

La rabbia ci permette di mantenere una distanza dagli altri, di proteggere ciò che per noi è estremamente delicato. Ma in quella distanza spesso ci sentiamo soli e continuiamo a non trovare risposta al bisogno di sentirci compresi e sostenuti.

E se provassimo noi per primi a prenderci cura di quei bisogni? Se ci permettessimo di dare voce a quella sofferenza invece di continuare a difenderci?

La terapia è uno spazio in cui è possibile portare quella rabbia e, con i propri tempi e modi, lasciar parlare anche il dolore che nasconde. Uno spazio in cui si può iniziare a dare ascolto a quei bisogni e a prendersene cura, insieme.

Se vuoi fare questo percorso con me, contattami

RELAZIONI IN METAFORA

La relazione tra persone è uno spazio in cui ognuno porta se stesso e in cui cerca di realizzare un incontro con l’altro, processo che non sempre risulta semplice. Spesso la relazione con l’altro apre interrogativi su quanto sia possibile e desiderabile aprirsi ed esporsi, su quanto possa essere arricchente o quanto invece pericoloso, su quanto mostrare le parti di sé più delicate possa permettere un vero contatto o lasciarci feriti e inermi. Spesso sorgono domande su quale sia la distanza migliore, su quale possa essere un giusto equilibrio tra vicinanza e lontananza, tra lo spazio che dedico a me e lo spazio che dedico a te.

Le paure più comuni riguardano la possibilità che l’altro veda quelle che riconosciamo come nostre vulnerabilità, debolezze, fragilità e che possa usarle per per giudicarci, per ferirci, per farci sentire inferiori, per usarci. Per questo passiamo gran parte del tempo a trovare dei modi per proteggerci da un Altro che facciamo fatica a capire e con cui a volte non sappiamo come relazionarci. Il conflitto viene dunque spesso vissuto come una battaglia in cui uno cerca di affermarsi sull’altro, per difendere ciò che ha di più delicato e personale.

Ciò a cui facciamo più fatica a lasciare spazio è la possibilità di vedere l’Altro come una persona, che in quanto tale, come noi, porta con sé le nostre stesse paure e vulnerabilità, anche se vissute, espresse e manifestate in modi differenti. Difficilmente, nel nostro tentativo di difenderci, riusciamo a comprendere l’altro, a vedere il mondo partendo dal suo punto di vista e non dal nostro. Ci chiudiamo nel nostro universo per paura che venga intaccato dall’altro, impedendo però così che venga toccato dall’altro. Ci incrociamo, ma difficilmente ci incontriamo.

RELAZIONI
"É come uno scudo che mi salvaguarda da delusioni"
"Quando parlo di vulnerabilità mi viene in mente un granchio senza la sua casetta o una lumaca senza il suo guscio... è mostrare al mondo la tua nudità, sei senza difese"
"Vedevo gli altri come dietro una cupola. Mi sentivo giudicata, inferiore, fuori da quella cupola"
"Spesso con gli altri sono spinoso, non mostro a tutti certi aspetti"
"Il conflitto è come se avvenisse tramite una finestrella che si apre, non c'è una comunicazione reale ma è un incontro medioevale tra due cavalieri, dove uno vince e l'altro è morto, poi ognuno torna nel suo"

ANSIA IN METAFORA

L’ansia o l’angoscia vengono spesso descritte attraverso la percezione di trovarsi in situazioni in cui ci si sente in trappola, bloccati senza possibilità di movimento, o completamente sperduti, senza punti di riferimento e senza direzione.

È una situazione di allarme in cui si vorrebbe poter fare qualcosa ma si sente di non averne la possibilità, le risorse, gli strumenti. È come essere soverchiati da qualcosa di più grande di noi, qualcosa contro cui non possiamo niente, nonostante il nostro sforzo di contrapporci ad esso. C’è una ricerca disperata di un modo per uscirne, per vedere la luce, ma questo sforzo non trova possibilità di realizzarsi, lasciando la persona in uno stato di agitazione, senza apparente ragione e senza
via di scampo.

Spesso questo vissuto è connesso alla sensazione di essere in pericolo: in gioco c’è la nostra vita, la nostra possibilità di sopravvivenza.

ansia
"Mi sento in un tunnel nero, senza via di uscita"
ansia
“Mi sento come un piccolo uomo in mezzo alla tempesta"
ansia
"É come se fossi dietro una finestra che però non posso aprire in nessun modo, è bloccata completamente... è proprio la sensazione di essere in gabbia, non posso scappare"

DEPRESSIONE IN METAFORA

La depressione spesso viene descritta dalle persone come qualcosa che ci ferma, che blocca il movimento. Qualcosa che ci impedisce di trovare la forza di rimetterci in piedi e di continuare a camminare, che ci affossa e ci appesantisce. Qualcosa che toglie ogni speranza, un peso troppo grande per poter essere spostato.

La depressione non è tanto qualcosa di esterno a noi, non è qualcosa che ci si infila dentro e non ci lascia liberi. È piuttosto un nostro modo di reagire a una situazione che viviamo come pesante, inaffrontabile, non modificabile, qualcosa di fronte a cui l’unica scelta sembra abbandonare le armi, smettere di camminare, lasciarsi affondare. È l’impossibilità di vedere un’alternativa, una via di uscita, un senso.

È come chiudere la porta a tutte le sensazioni ed emozioni, perchè sarebbero troppo impegnative da gestire – ma insieme alle emozioni negative, spesso si chiude la porta anche alla possibilità di provare emozioni positive. È una rinuncia a tutto, per proteggersi dalla possibilità che ciò che arriva ci possa fare troppo male.

depressione
"Mi sento incagliato"
“Prima mi sentivo un combattente, ora mi sento inerme, non più pronto a combattere nessuna battaglia”
"Mi sento accartocciata su me stessa"
"La tristezza d’animo, il sentirmi sconfortata del tutto. Come se fossi buttata nel mare con un peso al piede”

LO PSICOLOGO DÀ CONSIGLI?

Scienziato non è colui che sa dare le vere risposte, ma colui che sa porre le giuste domande. (L. Strauss)

Io penso che il senso del lavoro di uno psicologo – che rende la stanza di terapia uno spazio diverso da tanti altri – non sia dare consigli ma aprire nuove domande. Ricevere consigli è qualcosa che fa già parte della nostra esperienza quotidiana e tante volte ne siamo anche infastiditi. Ma perché? Perché un consiglio parte dall’esperienza personale di chi lo dà, parte dalle sue premesse, da ciò che per quella persona ha più senso, parte da ciò che per quella persona è più utile – ciò di cui non tiene conto un consiglio, spesso, è della persona che lo riceve. Un consiglio non si chiede cosa sia utile per quella persona, cosa abbia senso per quella persona. E forse ancora prima, non si chiede se quella persona lo voglia davvero quel consiglio. E se non lo volesse, cos’altro potrebbe volere? Di cosa potrebbe avere più bisogno?

Per rispondere a queste domande una cosa utile è uscire dalla propria prospettiva – per provare a comprendere quella dell’altra persona. Non partire da ciò che noi pensiamo sia successo a quella persona,
da ciò che noi pensiamo che quella persona dovrebbe fare per uscire da una determinata situazione sulla base di ciò che funziona per noi, da ciò che noi pensiamo che lei voglia.

Partire piuttosto da domande che la riguardano. Chi è quella persona? Come vede lei la sua situazione? Perché lei pensa di essere in quella situazione? E cosa per lei potrebbe essere più utile? E cosa possiamo fare noi considerato tutto questo?

Forse è proprio il fare domande che, anche per quella persona, può aprire nuove prospettive. Nuove domande generano nuove riflessioni e – potenzialmente – nuove risposte. Una buona domanda può farci chiedere qualcosa che non ci eravamo mai chiesti prima e darci nuovi sguardi.

Un consiglio chiude, impone, prescrive, appiccica prepotentemente qualcosa sulla persona che lo riceve –
senza tenere conto di lei. Una domanda lascia a quella persona la possibilità di guardarsi, di sostare, di riflettere – e di scegliere quello che, momento per momento, ha più senso per sé.

QUEL VUOTO INTERIORE

C’è qualcosa di incredibilmente pungente e scomodo nel non sentirsi a proprio agio con se stessi.

A volte ci si sente sbagliati, a volte lontani e distanti, a volte incompleti, a volte inutili, a volte non di valore, a volte sperduti, a volte annoiati, a volte confusi, a volte incomprensibili – persino ai propri occhi.

È come se un buco si aprisse nel petto, nella pancia. Un buco che si svuota di quella sensazione confortante di esserci, di esistere, di avere significato – e che, pur provando a far entrare di tutto, non si riempie di niente.

Di fronte alla sensazione di vuoto di solito scappiamo, cercando di riempirci con tutto ciò che riusciamo ad immaginare – il risultato di solito è solo di coprire, nascondere.

Ma cosa c’è dentro quello spazio vuoto? Perché ci fa così paura guardarci dentro? Quali bisogni ed emozioni chiedono di essere ascoltate? Cosa vorrebbe dire per noi ascoltarle? Quali parti di noi dovremmo mettere in gioco e a quali parti sentiremmo di dover rinunciare?

Spesso coprire il buco, cucendoci di volta in volta quello che ci sembra meglio combaciare con i suoi confini, richiede meno fatica rispetto all’idea di poter fare qualcosa di nuovo, perché se non altro è qualcosa che ci è familiare.

A volte però la scelta diventa nascondersi – o esserci davvero.

IL DOSAGGIO DELLE PAROLE

“Abbiamo parole per fingere,
parole per ferire,
parole per fare il solletico.
Andiamo a cercare insieme,
le parole per amare.

Abbiamo parole per piangere,
parole per tacere,
parole per fare rumore.
Andiamo a cercare insieme
le parole per parlare.” (G. Rodari, S. Endrigo)

Una persona con cui stavo facendo un percorso – una volta – mi ha detto: “È una riflessione sul dosaggio delle parole. Ci sono persone che le lanciano in aria e dove cadono cadono”.

Ho trovato fondamentale questo pensiero sul peso delle parole, su come una parola non sia solo un segno o un suono ma ben di più – una parola è un significato, che oltretutto non ha lo stesso senso, valore e peso per ognuno di noi.

Credo sia importante fermarsi a pensare a quanto ciò che diciamo o che ci viene detto possa lasciare un segno – aprire una ferita o imprimere una carezza, chiudere la comunicazione o creare un’apertura, fermare una speranza o muovere un’intenzione.

La parola può essere uno strumento, ma anche un’arma. Dosare le parole che usiamo significa prendere in considerazione ciò che l’altro potrà provare quando le sentirà – e prendersene cura.

COME CI PROTEGGIAMO

Ci sono delle parti di noi che reputiamo vitali. Non parliamo solo di parti fisiche – come il cuore, o i polmoni – ma anche di aspetti relativi a come vediamo noi stessi.

Sono aspetti che ci caratterizzano, che potremmo dire che definiscono chi siamo. Quando ci muoviamo nel mondo, giorno dopo giorno, lo facciamo basandoci su quell’idea di noi, su come noi ci conosciamo.

Essendo queste parti così importanti, diventiamo anche bravi a tenercele strette – a difendere quegli aspetti per cui Io sono Io. Abbiamo tante strategie per farlo, ne abbiamo inventate di ogni genere, più o meno consapevoli.

Una di queste è spingere verso il basso, schiacciare sotto il tappeto, chiudere nel cassetto – spazzare via, lontano dai nostri pensieri – tutte quelle emozioni, quei pensieri, quegli avvenimenti che ci dicono qualcosa di diverso su di noi, qualcosa che non è coerente con l’idea che abbiamo.

Perché? Perché a volte scoprire qualcosa di nuovo fa paura, perché ancora non ne conosciamo le implicazioni.

Se mi sono sempre vissuta come una persona forte – che non chiede aiuto a nessuno, che non crolla mai dalla tristezza o dalla paura, che riesce a tenere tutto a bada – quando, per una qualche ragione, la vita mi mette di fronte a qualcosa che mi fa sentire debole e mi fa sentire di non potercela fare da sola, ecco che arrivano i pensieri: “Chi sono io allora? Come posso fare qualcosa che non ho mai fatto e che non so fare, qualcosa come chiedere aiuto? Come mi vedranno gli altri, cosa penseranno di me? Posso accettare di avere delle debolezze? Come posso gestire le emozioni se prima mi sembravano controllabili e ora non più?”.

Non sempre siamo disposti a rispondere a queste domande, perché ci spaventano le possibili risposte o perché ci spaventa il fatto che non abbiamo idea di quali siano – e allora scegliamo di prendere tutte queste domande e spazzarle via, cercando di andare avanti come abbiamo sempre fatto.

Questo però ha un costo, perché ne soffriamo.
E allora, a volte, vale la pena di prendere in mano quelle domande – nonostante la fatica – e provare a esplorare le infinite possibilità che abitiamo.

ASCOLTO E PSICOTERAPIA

Spesso, quando proviamo a esprimere un sentimento come “sono triste”, “sono in ansia”, “sono arrabbiato”, ci sentiamo rispondere frasi come “vedrai che passa”, “ma dai, di cosa ti preoccupi”, “non saranno questi i problemi, c’è chi sta peggio”, “ah beh, perché non sai io…”, “te la prendi per niente”.

Di fronte a queste risposte ci sentiamo sempre insoddisfatti e frustrati. A volte non sappiamo perché e ci chiediamo cosa vorremmo dagli altri, se nessuna risposta sembra essere quella giusta. Allora ci diciamo che forse stiamo sbagliando a chiedere aiuto – o ci diciamo che forse siamo sbagliati noi – e prendiamo la decisione di tenere tutto dentro, oppure continuiamo a chiedere aiuto urlando sempre più forte.

Ma qual è la risposta di cui abbiamo bisogno davvero? L’ascolto. Poter sentire che c’è qualcuno – lì per noi – che ci dà spazio e che ascolta quello che proviamo. Qualcuno che ci dica che ciò che sentiamo ha un senso – che è comprensibile che possa essere difficile, brutto, doloroso, terribile o qualsiasi cosa noi sentiamo che sia.

Qualcuno che non cerchi di aggiustare ciò che si è rotto ancora prima di avere capito cosa si è rotto, perché e come –  qualcuno che non sia lì per sostituire i pezzi rotti, fragili o graffiati con qualcosa che per lui è più adeguato, presentabile e accettabile, senza nemmeno sapere cosa è buono e preferibile per noi.

Uno dei luoghi possibili in cui trovare ascolto è la psicoterapia – una relazione all’interno del quale è possibile darsi spazio e trovare spazio, senza sentirsi sbagliati e senza dover urlare, per cercare nuovi modi di ascoltarsi, di ascoltare e di chiedere di essere ascoltati.