LO PSICOLOGO DÀ CONSIGLI?

Scienziato non è colui che sa dare le vere risposte, ma colui che sa porre le giuste domande. (L. Strauss)

Io penso che il senso del lavoro di uno psicologo – che rende la stanza di terapia uno spazio diverso da tanti altri – non sia dare consigli ma aprire nuove domande. Ricevere consigli è qualcosa che fa già parte della nostra esperienza quotidiana e tante volte ne siamo anche infastiditi. Ma perché? Perché un consiglio parte dall’esperienza personale di chi lo dà, parte dalle sue premesse, da ciò che per quella persona ha più senso, parte da ciò che per quella persona è più utile – ciò di cui non tiene conto un consiglio, spesso, è della persona che lo riceve. Un consiglio non si chiede cosa sia utile per quella persona, cosa abbia senso per quella persona. E forse ancora prima, non si chiede se quella persona lo voglia davvero quel consiglio. E se non lo volesse, cos’altro potrebbe volere? Di cosa potrebbe avere più bisogno?

Per rispondere a queste domande una cosa utile è uscire dalla propria prospettiva – per provare a comprendere quella dell’altra persona. Non partire da ciò che noi pensiamo sia successo a quella persona,
da ciò che noi pensiamo che quella persona dovrebbe fare per uscire da una determinata situazione sulla base di ciò che funziona per noi, da ciò che noi pensiamo che lei voglia.

Partire piuttosto da domande che la riguardano. Chi è quella persona? Come vede lei la sua situazione? Perché lei pensa di essere in quella situazione? E cosa per lei potrebbe essere più utile? E cosa possiamo fare noi considerato tutto questo?

Forse è proprio il fare domande che, anche per quella persona, può aprire nuove prospettive. Nuove domande generano nuove riflessioni e – potenzialmente – nuove risposte. Una buona domanda può farci chiedere qualcosa che non ci eravamo mai chiesti prima e darci nuovi sguardi.

Un consiglio chiude, impone, prescrive, appiccica prepotentemente qualcosa sulla persona che lo riceve –
senza tenere conto di lei. Una domanda lascia a quella persona la possibilità di guardarsi, di sostare, di riflettere – e di scegliere quello che, momento per momento, ha più senso per sé.