ATTACCAMENTO SICURO

Il concetto di attaccamento è stato elaborato da John Bowlby. Secondo lo studioso, l’attaccamento è un comportamento innato ed adattivo, volto a mantenere la vicinanza del caregiver, ovvero della persona che si prende cura di noi quando siamo piccoli. La qualità dell’attaccamento dipende dal tipo di interazioni, e dunque dalla relazione, che si crea tra il caregiver e il bambino.

L’attaccamento è un concetto fondamentale, in quanto ha dei risvolti importanti sul bambino per quanto riguarda:

  • l’autostima
  • lo sviluppo cognitivo
  • l’autoregolazione, ovvero la capacità di autoregolare i propri desideri e comportamenti in relazione al contesto e alle relazioni
  • l’immagine di sé e dell’altro
  • la capacità di comprensione delle emozioni, dei sentimenti e dei pensieri altrui
  • le relazioni con gli altri
  • le capacità di coping, ovvero il saper affrontare e gestire i momenti difficili e le situazioni problematiche

Cos’è un attaccamento sicuro e come si costruisce?

L’attaccamento sicuro è una relazione caratterizzata da una presenza costante, responsiva e sensibile del caregiver nei confronti del bambino. Ciò significa che il caregiver è presente per il bambino, fisicamente ma soprattutto mentalmente, ed è in grado di cogliere i segnali del bambino, di interpretarli, di attribuirgli un significato e di rispondere in modo contingente e adeguato alle richieste e ai bisogni del bambino. L’essere sensibile ai bisogni del bambino implica anche la flessibilità necessaria per saper riconoscere, e di conseguenza per sapersi adeguare, al cambiamento dei bisogni del bambino nel corso del tempo.

Effetti a lungo termine

Questo tipo di attaccamento permette al bambino di:

  • sviluppare un’immagine di sé positiva, di valore, e di avere una percezione di sé come persona degna di amore e fiducia, in quanto il bambino percepisce che c’è qualcuno che desidera e che è in grado di comprendere e di rispondere ai suoi bisogni. Questo gli permette inoltre di sviluppare anche un’immagine positiva dell’altro, come presente e degno di fiducia.
  • sviluppare le proprie abilità cognitive attraverso il rinforzo delle sue abilità ed attraverso il sostegno nelle sue attività da parte del caregiver. Il caregiver deve quindi sostenere e facilitare il bambino nell’esplorazione dell’ambiente circostante, lasciare che svolga da solo i compiti che è in grado di svolgere e fornire invece un aiuto nelle attività che fa fatica a portare a termine, in modo che piano piano il bambino apprenda delle strategie per portarle a termine in autonomia.
  • sviluppare l’autoregolazione attraverso l’iniziale etero-regolazione da parte del caregiver. Infatti il caregiver deve essere in grado di comprendere, dare significato e regolare i bisogni e le emozioni del bambino, in modo che egli possa piano piano interiorizzare questa funzione. Questo può essere fatto, ad esempio, attraverso dei rituali, ovvero delle sequenze di azioni che si ripetono, fatte col bambino in momenti affettivi e di gioco. I rituali creano un senso di sicurezza attraverso la presenza del contatto fisico, della regolazione reciproca, dello scambio affettivo, dell’ascolto. Un esempio può essere creare un rituale dell’addormentamento, caratterizzato da carezze e dalla stessa ninna nanna tutte le sere: questo fa sentire il bambino al sicuro e lo accompagna verso l’addormentamento. Se inizialmente il rilassamento viene creato grazie alla presenza del caregiver, nel tempo questo senso di sicurezza verrà interiorizzato e il bambino si addormenterà da solo. La capacità di autoregolarsi e di gestire le proprie emozioni difficili permetterà inoltre al bambino di sviluppare una migliore capacità di affrontamento delle situazioni problematiche.
  • sviluppare delle relazioni positive con le altre persone. Se un bambino, grazie alla relazione avuta con il caregiver, sviluppa un’immagine di sé come degno di amore, vede gli altri come interessanti e degni di fiducia e concepisce le relazioni come potenzialmente arricchenti, allora sarà più propenso a sviluppare delle relazioni profonde e durature con altre persone nel corso della sua vita.
  • sviluppare una migliore comprensione delle emozioni altrui. La presenza di un caregiver sensibile, in grado di cogliere le emozioni del bambino, di comprendere a cosa siano dovute, di dare un significato a tali emozioni e di condividerlo con il bambino, di regolare tali emozioni e di contenerle, permette al bambino di sviluppare una comprensione del proprio mondo emotivo e di conseguenza, nel tempo, anche di quello altrui.

Quali tipi di attaccamento costituiscono invece un rischio per il bambino?

  • Attaccamento insicuro evitante: se il genitore è assente, fisicamente e/o emotivamente, se ha un atteggiamento di rifiuto verso il bambino, se non è in grado di rispondere, comprendere e soddisfare i suoi bisogni, il bambino svilupperà un’idea di sé come privo di importanza e di valore e tenderà ad avere aspettative negative sugli altri, in quanto i suoi bisogni, fisici ed affettivi, non sono mai stati corrisposti adeguatamente. Questo può portare il bambino a minimizzare le proprie emozioni e a reprimerle, come forma di protezione dalla delusione e dalla sofferenza, avendo di conseguenza maggiori difficoltà nell’instaurare relazioni profonde, genuine e di vero scambio e sostegno.
  • Attaccamento insicuro ambivalente: se il genitore risponde in modo incoerente e imprevedibile ai bisogni del bambino, risultando così poco affidabile, il bambino tenderà a massimizzare l’espressione dei propri bisogni ed emozioni, nella speranza che il genitore risponda. Questa incostanza e inaffidabilità verrà proiettata anche nelle relazioni con gli altri, di cui il bambino non potrà mai fidarsi fino in fondo.

L’attaccamento insicuro può portare a problemi comportamentali esteriorizzanti, di tipo oppositivo o aggressivo, e interiorizzanti, come ansia e depressione.

LA RABBIA NEI BAMBINI

La rabbia è un’emozione ed è un’emozione che esprime vitalità. Spesso però nasconde altro: dolore, angoscia, paura dell’abbandono, impotenza, senso di colpa, sentirsi annullati perché non capiti né ascoltati. La rabbia è il tentativo di creare un ponte verso gli altri, è un modo per comunicare qualcosa che è dentro di noi e che non sappiamo come esprimere altrimenti; è l’accumularsi di emozioni negative inespresse che a un certo punto hanno bisogno di venire fuori, e non conoscendo un modo costruttivo di farlo, lo fanno attraverso la rabbia, che può essere distruttiva verso sé e verso gli altri.

Sebbene la reazione più immediata alla rabbia sia quella di prenderne le distanze, è invece importante ascoltarla, per capire cosa c’è sotto, da cosa nasce, e trovarle uno sbocco evolutivo. Cercare di ignorarla, tenerla a freno, nasconderla, implica un grande sforzo e un grande impiego di energia, che potrebbe essere invece investita nello sviluppo di risorse.

Come interagire con la rabbia?

  • Riconoscere le emozioni che si celano dietro la manifestazione di rabbia e rispettarle, non negarle, nasconderle o vergognarsene, ma dargli una loro dignità. Se quelle emozioni esistono, hanno una loro ragione per farlo.
  • Contenere e tollerare mentalmente la rabbia, sia la nostra sia quella altrui, aiutando gli altri a farlo a loro volta. Accettare che la rabbia è un’emozione, che fa parte della vita e che ha un inizio, uno svolgimento e una fine, aiuta a osservarne e sopportarne la presenza.
  • Invece di scappare o di reagire con altra rabbia, bisogna provare ad ascoltare la rabbia e accettare di confrontarsi anche con il dolore, la paura, la solitudine e le altre emozioni che nasconde.

Cosa può generare rabbia nei bambini?

  • La paura di essere abbandonati

Le paure hanno una funzione autoprotettiva: sono emozioni primarie, che permettono di attivare reazioni di difesa nei confronti di potenziali pericoli. Le paure possono essere connesse all’età evolutiva o alla storia individuale.

La paura di essere abbandonati, in particolare, è tanto maggiore quanto più piccolo è il bambino. Quanto più siamo piccoli, tanto maggiore sarà la dipendenza dal genitore, in quanto fondamentale per la nostra sopravvivenza.

Se, nei periodi in cui la vicinanza a chi si prende cura di noi è più importante, accade qualcosa che mette a rischio il legame di dipendenza (come la nascita di un fratellino o la morte/malattia di una persona vicina), il bambino potrà temere di essere abbandonato, e dunque di morire.

Nel bambino queste paure, difficili da verbalizzare ed esprimere, possono manifestarsi attraverso dei sintomi comportamentali, come la rabbia e la fobia, che permettono di trasferire l’ansia su oggetti più gestibili. Il vissuto di essere abbandonati non nasce solo da un’assenza fisica della persona di riferimento, ma anche da una sua eventuale assenza mentale (dovuta ad altri problemi, come la depressione o eventi che catturano tutta l’attenzione).

È dunque fondamentale riconoscere le paure del bambino, aiutarlo ad esprimerle, senza svalutarlo o minimizzarle. Bisogna accogliere queste paure e mostrare così al bambino che possono essere gestite e superate. È importante lasciare che il bambino le superi con i suoi tempi e modalità, senza forzarlo.

  • L’iperprotezione svalutativa

Molto spesso i modelli relazionali che mettiamo in campo con i nostri figli derivano dai modelli relazionali che a nostra volta abbiamo sperimentato con i nostri genitori, per uguaglianza o per differenza. Possiamo cioè riproporre lo stesso modello, perché è l’unico che conosciamo, oppure cercare di fare l’opposto, nella speranza di impedire ai nostri figli di subire le nostre stesse ferite.

La svalutazione è un meccanismo che spesso è presente nelle relazioni, in forma verbale (“non sei capace!”) o non verbale (rifare una cosa appena fatta da un’altra persona, alzare gli occhi al cielo), e che incide fortemente sull’autostima della persona svalutata e ne mette in crisi le risorse.

Uno dei modi per svalutare un bambino, di solito inconsapevolmente, è l’iperprotezione. Un genitore, spesso guidato dal desiderio di aiutare il proprio figlio e di evitargli la sofferenza di non riuscire a fare qualcosa e sentirsi incapace (esperienza generalmente riconducibile all’infanzia del genitore stesso), può iniziare a fare le cose al posto suo. Tuttavia, questo comportamento porta il bambino a sviluppare un’immagine di sé come incapace di fare le cose autonomamente o comunque a pensare di non essere abbastanza bravo nel farle e a nutrire una paura rispetto all’assumersi delle responsabilità, in quanto abituato ad essere sostituito dal genitore. Il sostituirsi completamente al bambino impedisce a quest’ultimo di confrontarsi con le frustrazioni e di apprendere le strategie per superare i momenti difficili. Il bambino fa fatica a crearsi un’identità e un bagaglio di risorse e sicurezze, perché tutto ciò che fa e pensa è determinato dal genitore. Inoltre, il non essere considerato capace, in grado di fare da sé e di autodeterminarsi, può generare nel bambino frustrazione, impotenza e rassegnazione, che possono esprimersi attraverso la rabbia.

È dunque importante lasciare che il bambino sperimenti a modo suo il mondo, garantendo comunque la propria presenza di genitore e il proprio aiuto nei momenti di difficoltà. Il bambino deve avere la possibilità di commettere errori e di avere fiducia nel fatto che continuando a provarci, alla fine imparerà, nel rispetto delle sue risorse ma anche dei suoi limiti.

  • Gli interventi ironici distruttivi

L’ironia può essere uno strumento utile per sdrammatizzare alcune situazioni, ma è importante prestare attenzione a come la si usa. Ciò che fa la differenza è usarla su di sé o sugli altri e soprattutto prestare attenzione alla reazione di chi si ha davanti.

A volte un bambino può fare al genitore delle richieste che per lui sono importanti ma a cui il genitore si rifiuta di acconsentire, per una ragione o per l’altra. Di fronte alla sofferenza del bambino, al genitore può capitare di pensare che usare l’ironia, prendendo in giro le sue richieste e facendolo ridere, possa alleggerire la situazione. In realtà questo per il bambino significa veder prendere in giro una cosa per lui importante; si sentirà dunque mortificato e offeso, e questa mortificazione, accumulandosi nel tempo, potrà trasformarsi in rabbia. Una rabbia inascoltata potrà a sua volta far sentire al bambino che non vale nulla, che ciò che sente, pensa e desidera non ha valore. Il dolore devastante di questa condizione diventerà intollerabile al punto che il bambino, per proteggersene, potrà decidere di chiudere in un cassetto tutte le emozioni e di usare solo la testa, diventando come un guscio vuoto. L’unico modo per sentirsi di nuovo vivo sarà riprendere il contatto con tutte quelle emozioni messe a tacere per non soffrire.

Quando si usa l’ironia, è importante prestare attenzione al feedback del bambino. Un bambino ferito, frustrato, triste, deve far riflettere sul proprio modo di comunicare con lui.

  • Estrema vicinanza o estrema lontananza

Nel primo anno di vita il bambino ha un forte bisogno di stare attaccato alla madre, da cui dipende per la sopravvivenza, mentre verso il primo anno di età il bambino inizia a camminare e ad esplorare l’ambiente, staccandosi dalla madre. Tuttavia, nel periodo tra il primo e il secondo anno di vita, tendenzialmente verso i 15 mesi, il bambino, che nel frattempo ha già cominciato a esplorare l’ambiente e ha sviluppato una certa consapevolezza dell’essere molto piccolo in un mondo molto grande, torna ogni tanto a cercare improvvisamente la madre per ritrovare sicurezza e spingersi ad esplorare più lontano.

Il modo in cui la mamma reagisce a questo bisogno è fondamentale, in quanto dovrebbe evitare i due estremi: l’eccessiva vicinanza e l’eccessiva lontananza. Da una parte, tenere il bambino costantemente attaccato a sè gli impedisce il distacco e la scoperta dell’ambiente, fondamentali per costruire un senso di sé, della propria identità e delle proprie risorse; dall’altra, impedire al bambino di avvicinarsi, costringendolo all’autonomia quando ancora non è pronto porta il bambino a doversi adattare e arrangiare con le proprie forze, non rispettando quelli che sono i suoi tempi. Entrambi gli atteggiamenti possono portare il bambino a sperimentare la rabbia, in quanto può non sentire riconosciuti i propri tempi e bisogni e può sentirsi impaurito e inadeguato, nel caso in cui non abbia potuto affrontare il mondo esterno, o manchevole di qualcosa, nel caso in cui non abbia potuto godere della sicurezza materna quando ne aveva bisogno.

È dunque fondamentale saper ascoltare il bambino e comprendere e assecondare i suoi tempi di crescita, cercando di trovare il miglior equilibrio tra i bisogni del bambino e quelli della mamma. Questo non accade solo nei primi anni di vita, ma si ripresenta costantemente nel corso della crescita e in particolare durante l’adolescenza.

  • Le critiche svalutative

Il processo di apprendimento è un percorso che avviene per prove ed errori e in cui nessuno è immune dallo sbagliare. Se però la persona che ci fornisce un insegnamento sottolinea solo i nostri errori e mai i nostri successi, ciò che proviamo è mortificazione, tristezza, delusione, frustrazione, rabbia. Questo può impedire lo sviluppo delle nostre abilità.

Un bambino, nel pieno del processo di apprendimento, ha bisogno di essere sostenuto e valorizzato, per trovare la motivazione e il desiderio di superare le difficoltà e acquisire nuove risorse e capacità. Se però viene costantemente svalutato, svilupperà un’immagine di sé come qualcuno che sbaglia sempre, e strutturerà l’idea secondo cui ci sono degli standard alti, che non riuscirà mai a raggiungere, e che i limiti non possono essere accettati. L’inevitabile conseguenza sarà che questo bambino davanti a un obiettivo tenderà a rinunciare in partenza, per evitare le conseguenze negative.

Conoscere i propri errori è utile per crescere e sviluppare nuove risorse e competenze ma quello che ci serve non è qualcuno che ci giudichi quando sbagliamo ma qualcuno che ci accetti per come siamo, con i nostri limiti, e che ci aiuti a comprendere cosa abbiamo sbagliato e come possiamo fare per migliorare, sottolineando poi i nostri successi.

  • La ricerca di sé negli altri

Quando nasciamo siamo completamente in mano ad altre persone, da cui dipendiamo per le cure. Da loro assorbiamo tutto ciò che ci serve per imparare a stare al mondo e attraverso la relazione con loro si crea un gioco di rimandi e rispecchiamenti che sarà alla base della nostra idea di noi stessi e degli altri, e dunque della nostra identità. Questo rispecchiamento continua nel corso di tutta la vita, ma in modo meno incisivo, perché è diverso il bisogno che ne sta alla base: se da piccoli i rimandi degli altri fondano la costruzione della nostra identità, da adulti possono farci piacere o meno, ma non dovrebbero incidere in modo netto sulla nostra autostima.

Può capitare tuttavia, se i nostri stessi genitori hanno sviluppato un’identità fragile e un’autostima insicura, o se accade qualcosa che assorbe tutte le loro energie e attenzioni, o se ci abituano a un’adorazione illimitata e ad un’aspettativa di attenzioni che la vita deluderà, che da bambini fatichiamo a riempire il sacco delle nostre sicurezze e che non riusciamo a crearci una chiara immagine di noi e delle nostre risorse. Questo ci porta da adulti a continuare questa ricerca di noi stessi negli occhi degli altri, così che i rimandi degli altri continuano a costituire la base del nostro senso di sé. Gli altri diventano fondamentali per noi, in quanto il loro sguardo su di noi determina ciò che noi siamo per noi stessi. Se il rimando è positivo, ci sentiamo amati e stimati; se è negativo, e dunque se veniamo criticati o contraddetti, proviamo una forte rabbia, legata al dolore di sentire di non valere nulla o di vedere un’immagine riflessa di noi che non sentiamo nostra. Per evitare questo forte dolore, cerchiamo dunque di fare sempre le cose alla perfezione, per avere l’approvazione degli altri, ma quando siamo soli ci sentiamo male, perché non sappiamo esattamente chi siamo e abbiamo paura di noi stessi, come delle cose che non conosciamo.

Questo vissuto può portare a ricercare anche nel partner qualcuno che sia disposto a rimandarci un’immagine di noi, che ci apprezzi e stimi, e allo stesso tempo a provare rabbia quando questa persona capisce che non può dedicare tutto il suo tempo a rimandarci l’immagine di cui abbiamo bisogno.

Diventa dunque fondamentale riuscire a vedere cosa c’è sotto questa rabbia e confrontarsi con il proprio dolore, la propria angoscia, la paura di non farcela da soli, e riconoscere quelle che sono le nostre potenzialità, prendercene cura, e trovare attraverso di esse un’immagine di chi siamo e di cosa sappiamo fare.

Bibliografia
Marcoli, A. (2017). Il bambino arrabbiato. Favole per capire le rabbie infantili. Mondadori

AIUTARE I BAMBINI A COMPRENDERE I LIMITI E A SVILUPPARE L’AUTOREGOLAZIONE

L’autoregolazione è la capacità di regolare i propri impulsi ed emozioni in funzione dei bisogni e del contesto in cui ci si trova. È una funzione fondamentale perché permette al bambino di imparare a tollerare le frustrazioni, a gestire le emozioni difficili e a rispettare le regole e i doveri. Crescere senza sperimentare alcun tipo di limite e senza sapersi autoregolare porta al rischio di:

  • Onnipotenza
  • Aggressività
  • Incapacità di stare alle regole
  • Incapacità di regolarsi in base ai contesti sociali
  • Incapacità di interagire positivamente con gli altri

È comunque importante non cadere neanche nell’estremo opposto: dare limiti troppo rigidi può compromettere l’autostima del bambino, in quanto quest’ultimo non ha il permesso di sperimentare le proprie capacità e sente di non avere la fiducia del genitore.

I limiti sono importanti perché, nonostante generino frustrazione e rabbia, forniscono anche un senso di sicurezza e di protezione al bambino.

Come aiutare il bambino a sviluppare l’autoregolazione nel tempo?

I limiti e l’autoregolazione sono qualcosa che dovrebbe essere insegnato già dai primi mesi di vita, con le modalità adeguate all’età del bambino. L’autoregolazione viene interiorizzata nel tempo attraverso l’eteroregolazione: il bambino impara ad autoregolarsi se prima c’è qualcuno che lo regola dall’esterno, generalmente il genitore. I bambini imparano dalle nostre risposte al loro disagio che l’emozione ha una direzione e che è possibile passare da intensa tensione, ira, paura a sensazioni di agio e protezione. I bambini che vedono trascurati i propri bisogni emotivi non sono in grado di imparare questa lezione: possono diventare passivi e inespressivi per la maggior parte del tempo, ma quando si eccitano possono perdere il controllo, perché non hanno mai avuto una guida che dall’agitazione li ha portati alla tranquillità, per cui non sanno calmarsi da soli. Anzi sperimentano l’emozione negativa come un buco nero di ansia e paura.

Nelle prime settimane, l’eteroregolazione consiste principalmente nel prendersi cura dei bisogni fisici del bambino, modificando o riducendo la stimolazione che causa il problema (fame, sonno) e attraverso un contatto rassicurante.

Nei primi mesi, quando il bambino comincia a interagire faccia a faccia con il genitore, un’interazione sensibile e sintonizzata sui bisogni del bambino gli permette di imparare a regolare i suoi affettiCiò significa che se il bambino sta provando un sentimento negativo, il genitore deve mostrare di comprendere tale sentimento e cercare di restituire dei sentimenti positivi e rassicuranti. Quando il bambino riesce a gestire in modo autonomo un momento difficile, la cosa migliore è limitare le proprie azioni.

Verso i 4-5 mesi, quando l’attenzione del bambino si sposta sugli oggetti, è importante aiutarlo a mantenere l’attenzione su un oggetto o su un compito. Si può usare un’intonazione particolare, seguire i segnali del bambino con espressioni facciali e vocali o aiutarlo fornendo un sostegno pratico.

Dopo i 6 mesi il bambino inizia a sviluppare un autocontrollo intenzionale: non fa più ricorso solo ad attività autoconsolatorie o all’interruzione del contatto visivo per ridurre una stimolazione eccessiva dell’ambiente ma blocca intenzionalmente alcune sue reazioni istintive a favore di comportamenti meno gratificanti nell’immediato. Per questo tipo di autocontrollo è importante la capacità di comprensione sociale, ovvero la capacità di comprendere quali sono le richieste e le regole presenti nel contesto.

Verso i 10 mesi si sviluppa il social referencing. Il genitore e le sue emozioni espresse diventano una guida per i comportamenti del bambino.

Dopo i 10 mesi è importante favorire la collaborazione in attività comuni, con genitori o altri bambini, in modo che il bambino impari quali sono le regole dell’interazione e come regolare i propri bisogni ed emozioni nella relazione con l’altro.

Con lo sviluppo della comprensione del linguaggio, si può aiutare il bambino a regolare comportamento ed emozioni attraverso il dialogo, spiegando perché certi comportamenti sono desiderabili e altri meno e parlando delle emozioni difficili.

Anche il gioco fisico porta a livelli di eccitazione alti e cercare di divertirsi senza farsi sopraffare dalle emozioni può aiutare la regolazione del bambino. Nei giochi i bambini imparano anche a regolare la propria aggressività, se è presente un genitore che contiene le loro emozioni e indica quando è ora di tranquillizzarsi.

Come porre i limiti?

  • I “No”

Nei primi due anni di vita è fondamentale usare i “no” solo per le questioni veramente importanti; per il resto si possono cercare degli stratagemmi come distrarre l’attenzione del bambino, apportare delle modifiche all’ambiente, spostare determinati oggetti e mettere alcune barriere di accesso a stanze non adatte all’esplorazione. Dire sempre “no” riduce l’importanza del messaggio, quindi il bambino ne sottostimerà le conseguenze, e porta ad ottenere l’effetto opposto, in quanto per il bambino diventerà qualcosa di “proibito”, attirando la sua attenzione.

  • I capricci

A 1 anno e mezzo compaiono i capricci, che sono una delle modalità che i bambini utilizzano per affermare la propria identità. Non serve urlare ed arrabbiarsi, né tanto meno assecondarli. È importante mantenere la calma, accogliere lo stato d’animo del bambino, comprendere da cosa nasce il capriccio, e aiutarlo a capire come si può affrontare. Il compito del genitore infatti non è evitare o accentuare le emozioni negative ma disciplinarle. Ascoltare il bambino lo porta a parlare e a calmarsi. In questo modo il genitore fornisce un modello al bambino su come affrontare i momenti di difficoltà.

  • Le regole

Il genitore, per il bambino, deve essere una figura autorevole, capace di garantire coerenza, sicurezza e guida. È fondamentale che:

  • Le regole siano chiare e concrete, adeguate all’età del bambino.
  • Le regole vengano applicate con costanza e, nel caso di variazioni, che venga spiegata la motivazione.
  • I genitori stessi siano coerenti rispetto alle regole che pongono, ovvero devono rispettarle.
  • Quando una regola viene trasgredita, i castighi siano coerenti con essa, in modo che il bambino possa vedere il collegamento. Sono da evitare le punizioni corporali e le umiliazioni perché non aiutano i bambini a capire il comportamento giusto, in quanto il bambino non ripete quello sbagliato solo per paura della reazione del genitore. Inoltre aumentano la rabbia, la frustrazione e l’aggressività del bambino e minano l’autostima, in quanto il bambino si sente impotente e inadeguato. Infine, non insegnano a dialogare, insegnando invece che l’aggressività è un modo per ottenere ciò che si vuole.

Di fondamentale importanza è che i genitori abbiano linee educative condivise: la mancanza di accordo porta il bambino a sviluppare confusione e ambivalenza. Se un genitore pone delle regole, mentre l’altro lascia che queste vengano trasgredite, il bambino imparerà ad aggirare gli ostacoli, svilupperà un senso di onnipotenza, con la convinzione che tutto sia dovuto, e non riuscirà a tollerare le frustrazioni. È importante anche che un genitore non deleghi all’altro il compito di far rispettare le regole: in questo modo perderà autorevolezza agli occhi del bambino.

Sono i genitori stessi a fissare delle regole per i figli fondandole sui valori familiari. Bisogna da una parte accettare l’infantilismo degli infanti, ma l’eccessiva permissività va evitata. Ginott suggerisce ai genitori di pensare a un sistema di regole basato su tre zone di comportamento: verde, gialla e rossa.

  • La zona verde comprende i comportamenti autorizzati e desiderati, è il modo in cui vogliamo che i figli si comportino: gli diamo totale libertà.
  • La zona gialla è un comportamento che non è autorizzato ma viene tollerato in due casi: quando è un margine d’errore per principianti (bambini troppo piccoli per un determinato comportamento) o quando è un margine di errore per tempi difficili (es. malattia, divorzio). In questa zona bisogna far capire che certi comportamenti non vengono approvati ma possono essere tollerati in circostanze eccezionali.
  • La zona rossa sono i comportamenti non tollerati, senza eccezioni. Sono le attività pericolose per sé o per gli altri e le attività illegali, immorali, non etiche o socialmente inaccettabili.

I genitori dovrebbero comunicare le conseguenze cui si va incontro se vengono infrante le regole. Le conseguenze sono:

  • per un comportamento corretto: lodi, privilegi, attenzione, ricompense.
  • per i comportamenti sanzionabili: la negazione di attenzione, la perdita di privilegi e l’assenza di ricompense. L’esclusione temporanea va bene tra i 3 e gli 8 anni se utilizzata senza parole/atteggiamenti bruschi e umiliazioni o rifiuto: serve a cessare il comportamento inadeguato e a far calmare i bambini.

È importante non cadere né nell’eccesso di frustrazione né in quello di gratificazione: il primo genera un bambino insicuro, con bassa autostima e probabili manifestazioni di rabbia, il secondo genera onnipotenza e bassa tolleranza della frustrazione.

Bibliografia
Gottman, J. – Declaire, J. (2015). Intelligenza emotiva per un figlio. Una guida per i genitori. BUR Biblioteca Univ. Rizzoli

Sitografia
Baroni, F. (2016, Ottobre 1). Bambini: le 5 “C” che insegnano il rispetto delle regole. https://www.nostrofiglio.it/bambino/bambino-3-6-anni/bambini-le-5-andquot-candquot-che-insegnano-il-rispetto-delle-regole

INTELLIGENZA EMOTIVA PER I FIGLI

L’intelligenza emotiva consiste nella consapevolezza delle proprie emozioni, nella capacità di controllare i propri impulsi, nella capacità di empatizzare con gli altri e nella capacità di interpretare i segnali sociali.

Come si sviluppa l’intelligenza emotiva?

La famiglia è il primo ambiente in cui sviluppiamo un’immagine di noi stessi e in cui impariamo quali sono le risposte degli altri ai nostri sentimenti; impariamo quale nome hanno le nostre emozioni, come dobbiamo esprimerle e come possiamo reagirvi.

L’educazione emozionale passa non solo verbalmente, attraverso ciò che ci dicono i genitori, ma anche attraverso il modello che essi offrono. Ci sono diversi modi in cui i genitori possono comportarsi nei confronti delle emozioni e dei sentimenti dei figli e possono essere ricondotti a quattro categorie:

  • Genitori noncuranti: sminuiscono, ignorano o sottovalutano le emozioni negative dei figli.
  • Genitori censori: criticano le espressioni di sentimenti negativi e possono arrivare a punire o rimproverare i figli per queste manifestazioni emotive.

  • Genitori lassisti: accettano le emozioni dei figli e si dimostrano empatici ma non riescono a offrire loro una guida o porre limiti al loro comportamento.

  • Genitori allenatori: riconoscono i sentimenti dei figli, empatizzano con essi, li aiutano a dargli un nome, lasciano che sperimentino l’emozione, rispettano i loro sentimenti ma pongono anche dei limiti al loro comportamento.

Un esempio può essere, se il bambino non vuole andare all’asilo:

  • Genitore noncurante: “Sei ridicolo, non c’è nessuna ragione per intristirsi per il solo fatto di dover uscire di casa. Dai vedrai che ti diverti”.
  • Genitore censore: “Se non inizi a cooperare, le prendi. Sono stanca/o del tuo comportamento”.

  • Genitore lassista: “E’ naturale voler rimanere a casa, anche a me piacerebbe. Dai giochiamo ancora 10 minuti poi andiamo”.

  • Genitore allenatore: “Capisco come ti senti. Ci sono certe mattine che anche io vorrei rimanere a casa con te. Vieni qui, abbracciami. Mi dispiace, ma non possiamo rimanere a casa. Ti fa arrabbiare vero? E sei anche un po’ triste? (Lo lascia piangere, tenendolo stretto). Senti che facciamo, pensiamo a domani, che staremo insieme. Perché non pensi a cosa ti piacerebbe fare?”.

Nel caso dei genitori noncuranti o censori il bambino non vede riconosciute le proprie emozioni e sentimenti e può iniziare dunque a pensare che essi non abbiano valore o che siano sbagliati, perdendo stima in se stesso; nel caso dei genitori lassisti viene invece lasciato libero di esprimerli ma senza alcun contenimento e senza guida su come affrontarli e può iniziare quindi a percepirli come spaventosi.

È solo nell’ultimo caso, in cui il genitore allenatore permette al bambino di vivere l’emozione offrendogli però anche un sostegno e degli strumenti per riconoscere e gestire tale emozione, che il bambino impara ad avere fiducia in se stesso e in ciò che prova e sviluppa i propri modi per gestire ed elaborare le emozioni.

Bibliografia
Cecatiello, A. – Clerici, C. A. (2016). I miei genitori si dividono. E io? Separarsi e divorziare tutelando se stessi e i figli. Red Edizioni
Gottman, J. – Declaire, J. (2015). Intelligenza emotiva per un figlio. Una guida per i genitori. BUR Biblioteca Univ. Rizzoli
Marcoli, A. (2017). Il bambino arrabbiato. Favole per capire le rabbie infantili. Mondadori

ALLENAMENTO EMOTIVO PER I FIGLI

L’allenamento emotivo, messo in campo da un genitore nei confronti del figlio, è un processo fondamentale per lo sviluppo dell’intelligenza emotiva.

Quali effetti ha l’allenamento emotivo?

  • Migliore salute fisica
  • Migliori risultati scolastici
  • Rapporti migliori con gli amici
  • Minori problemi comportamentali
  • Meno reazioni violente
  • Minor presenza di sensazioni negative e maggiore presenza di sensazioni positive
  • Maggiore capacità di ritrovare la calma dopo aver sperimentato emozioni negative, come tristezza, collera, paura

L’allenamento emotivo non elimina i conflitti, in quanto fanno parte della normalità. Tuttavia permetterà a genitori e figli di creare un rapporto di maggiore vicinanza e fiducia, per cui i genitori non avranno timore di porre limiti quando necessario e di dire quando si sentono delusi o arrabbiati, perché le loro parole avranno un valore per i loro figli.

Come si mette in campo l’allenamento emotivo?

FASE N.1 – Essere consapevoli delle proprie emozioni e di quelle del bambino

Per poter riconoscere e comprendere cosa prova un figlio, i genitori devono prima essere consapevoli delle proprie emozioni.

A volte i genitori possono avere paura delle proprie emozioni e tendono a nasconderle. È importante invece ricordarsi che va bene esprimere anche le proprie emozioni negative, facendolo però in modo costruttivo e non distruttivo. Anche arrabbiarsi può avere un risvolto positivo: mostra ai figli che anche le emozioni intense possono essere espresse e gestite e che il loro comportamento provoca in voi una reazione, dunque vi interessa. L’importante è essere rispettosi, evitando critiche e offese, e ponendo il focus sui comportamenti che provocano in voi delusione o rabbia e non sul carattere di vostro figlio. Inoltre, anche se può capitare di perdere il controllo, si può chiedere scusa, spiegando ai bambini come ci si è sentiti, dando un esempio relativamente alla modalità di gestire i sentimenti di rimorso e dispiacere.

I genitori consapevoli delle proprie emozioni possono usare questa sensibilità per sintonizzarsi sui sentimenti dei figli e mettere in pratica l’allenamento emotivo. Tutti i bambini hanno ragioni precise per le loro emozioni, sebbene spesso non siano in grado di articolarle verbalmente. Può essere utile fare un passo indietro e guardare il quadro che è la loro vita in quel momento. Tra i bambini dai 7 anni in giù, i segnali dei sentimenti vengono rivelati spesso nei giochi di fantasia. Far finta permette ai bambini di sperimentare le emozioni da una posizione di sicurezza. Sintomi di squilibri emozionali nei bambini possono rivelarsi anche in comportamenti come il mangiare troppo o nella perdita di appetito, incubi notturni, accusare dolori di testa o pancia, o riprendere a bagnare il letto. È importante cercare di vedere il mondo dal punto di vista del bambino: i bambini non hanno la nostra stessa esperienza e vivono la vita da un punto di vista più immediato, vulnerabile.

FASE N.2 – Riconoscere nell’emozione un’opportunità di intimità e insegnamento

L’opportunità sta nella crisi. Le esperienze negative possono costituire un’opportunità per empatizzare, costruire intimità con i figli e insegnare loro come padroneggiare i sentimenti. Si può considerare la collera dei bambini come qualcosa di diverso da una sfida alla nostra autorità, la paura come diversa da una prova della nostra incompetenza e la tristezza come una cosa diversa da qualcosa da mettere a posto. Le emozioni negative si dissolvono quando i bambini possono parlarne, dar loro nome e sentirsi compresi. Ha senso quindi riconoscere le emozioni quando sono ancora a un livello basso, prima che deflagrino in crisi aperte. I figli impareranno che i genitori sono alleati e che si può collaborare.

FASE N.3  – Ascoltare con empatia e convalidare i sentimenti del bambino

Gli ascoltatori empatici usano gli occhi per cogliere le prove fisiche dell’emozione del bambino, usano l’immaginazione per vedere la situazione nella sua prospettiva, usano le parole per riflettere, in modo rilassato e non critico, su quel che hanno ascoltato e per aiutare i bambini a dare nome alle loro emozioni, e usano i cuori per sentire quello che i figli sentono. Inoltre, resistono alla tentazione di fornire soluzioni ai problemi dei figli e aiutano i bambini a trovare le loro. Condividere semplici osservazioni spesso è meglio che sottoporre i figli a tante domande. I bambini non sempre sanno rispondere al perché siano tristi o arrabbiati e le domande li metteranno a tacere; è dunque meglio riflettere su quel che noi notiamo in loro (non “perché sei triste?” ma “mi sembri un po’ triste oggi”). Anche raccontare esempi tratti dalla propria vita può essere efficace per comunicare la propria comprensione. Sentendosi compreso, il bambino potrà accettare le spiegazioni rassicuranti del genitore.

FASE N.4 – Aiutare il bambino a trovare le parole per definire le emozioni che prova

Attraverso l’allenamento emotivo si può suggerire ai figli delle parole che li aiutino a trasformare una sensazione amorfa, raccapricciante e sgradevole in qualcosa di definibile e con confini ben precisi. La collera, la tristezza e la paura diventano così esperienze comuni che tutti sono in grado di gestire. Ciò non significa dire ai bambini quello che dovrebbero sentire ma aiutarli a sviluppare un vocabolario con cui esprimere le proprie emozioni.

FASE N.5 – Porre dei limiti, mentre si aiuta il bambino a risolvere il problema

È un processo in 5 fasi:

  1. Porre dei limiti

Soprattutto con i bambini piccoli, spesso la risoluzione dei problemi inizia con il genitore che pone dei limiti a un comportamento inopportuno. Dopo che il genitore ha riconosciuto l’emozione che sta dietro il comportamento riprovevole e aiuta il bambino a dargli un nome, è necessario che il bambino capisca che certi comportamenti sono inaccettabili e non verranno tollerati. In seguito i genitori potranno aiutare il bambino a pensare a modi più appropriati per padroneggiare i sentimenti negativi. È importante che i bambini capiscano che il problema non è nei sentimenti ma nei comportamenti.  Se diciamo a un bambino di smettere di piangere o che non dovrebbe sentirsi come si sente, non farà sparire quello che prova e lo farà perdere fiducia nei sentimenti che prova, lo farà dubitare di se stesso. Se invece gli diciamo che ha ragione a provare quel che prova ma che ci sono modi migliori per esprimerlo, lasciamo intatti la stima di sé e il carattere.

2. Identificare gli obiettivi

Può essere utile fare domande aperte che prevedano risposte aperte: “cosa pensi che ti renda triste oggi? Ti è successo qualcosa oggi?”. Si possono offrire le proprie ipotesi per aiutare il bambino a dare nome alle cose. Arriverà il momento in cui il bambino, capito cosa prova e perché, chiederà come risolvere la situazione. Bisogna dunque chiedere cosa lui vuole ottenere riguardo al problema in questione.

3. Pensare alle possibili soluzioni

Bisogna cooperare con i figli per elaborare delle opzioni che risolvano i problemi. È importante astenersi da un intervento troppo pressante e incoraggiare i bambini a trovare le loro soluzioni. La maggior parte dei bambini sotto i 10 anni non sono granché come pensatori astratti, quindi non appena verrà elaborata una soluzione, cercheranno di metterla in pratica. Si possono quindi sperimentare diverse soluzioni una dopo l’altra e scegliere alla fine qual era la migliore. I giochi di ruolo e di fantasia possono essere un altro modo concreto di mostrare soluzioni alternative ai bambini più piccoli: è utile rappresentare le due versioni di una situazione, quella “giusta” e quella “sbagliata”. Con i più grandi si può favorire il flusso delle idee creative, annotando le opzioni generate.

4. Valutare le soluzioni proposte alla luce dei valori familiari

Una volta generate le idee, bisogna scegliere quali tenere e quali eliminare. Bisogna incoraggiare il figlio a considerare ogni soluzione separatamente, chiedendogli: “è la soluzione giusta? Pensi che funzionerà? È sicura? Come pensi di sentirti dopo?”. Questo permette di rinforzare anche i valori familiari.

5. Aiutare il bambino a scegliere la soluzione

Alla fine bisogna incoraggiare il bambino a scegliere una o più opzioni e metterle alla prova. Si può anche raccontare come noi abbiamo affrontato problemi analoghi quando eravamo giovani. Bisogna però tenere presente che i bambini imparano molto dagli errori. Una volta scelta una soluzione, bisogna aiutare il bambino ad elaborare un piano concreto per proseguire. La soluzione sbagliata aiuta i ragazzi ad analizzare i loro errori. Dopo si può riprendere in mano il problema. Ciò insegnerà ai figli che sbagliare una soluzione non significa che lo sforzo sia un fallimento totale; tutto fa parte del processo di apprendimento.

Bibliografia
Cecatiello, A. – Clerici, C. A. (2016). I miei genitori si dividono. E io? Separarsi e divorziare tutelando se stessi e i figli. Red Edizioni
Gottman, J. – Declaire, J. (2015). Intelligenza emotiva per un figlio. Una guida per i genitori. BUR Biblioteca Univ. Rizzoli
Marcoli, A. (2017). Il bambino arrabbiato. Favole per capire le rabbie infantili. Mondadori

I DISTACCHI E LA CONSEGNA AFFETTIVA

I primi distacchi sono difficili sia per i genitori sia per i figli. Per i bambini separarsi dalle persone che si prendono cura di loro è un passo difficile ed è importante che queste prime separazioni, come ad esempio quella dell’asilo nido, vengano svolte nelle modalità e nei tempi adeguati ai bisogni del bambino. È importante aiutare i bambini ad elaborare le proprie strategie per gestirle.

Ciò che aiuta maggiormente un bambino è:

  • La solidità delle sue sicurezze di base, ovvero l’aver sperimentato una buona relazione con il suo mondo. Avere la sicurezza che il genitore è presente, al di là di ciò che accade, e avere la percezione che il mondo in cui si trova è sicuro e non pieno di pericoli aiuta il bambino ad affrontarlo con più coraggio.
  • Graduare l’esperienza del distacco, in modo che sia per il bambino più accettabile e possa rappresentare una conquista invece che una privazione.

Questo permetterà al bambino di crearsi l’idea per cui i distacchi sono sì dolorosi, tuttavia fanno parte del vivere e possono diventare delle conquiste. È dunque fondamentale l’atteggiamento del genitore nel momento del distacco: se il genitore stesso è turbato, in ansia o triste, il messaggio che arriverà al bambino è che il posto in cui sta andando o la situazione in cui si troverà è pericolosa e che staccarsi dalla figura di riferimento non è gestibile ed è troppo doloroso.

Come affrontare serenamente i distacchi dal bambino?

È importante la consegna affettiva, ovvero il modo in cui il bambino viene affidato alle cure di qualcun altro (educatrice dell’asilo, nonna…). Tale modalità non dev’essere né espulsiva nei confronti del bambino né caratterizzata da una mancanza di fiducia e serenità nei confronti di chi si prenderà cura di lui. Il genitore deve mostrarsi sereno con il bambino, in quanto quest’ultimo è in grado di cogliere il suo stato d’animo. Se il genitore prova fiducia verso la persona a cui affida il bambino, la proverà anche lui; se prova ansia, sarà preoccupato anche lui.

Il genitore può dunque sottolineare con le parole e con il comportamento quanto sia bello in quel momento passare del tempo con altre persone e può passare dei momenti in compresenza di queste persone per mostrare al bambino che ci si sta bene, che si è tranquilli e sereni. Questo permette anche al genitore stesso di tranquillizzarsi nel vedere il bambino a suo agio con altre persone. Inoltre si potrebbe consigliare all’altra persona di fare con il bambino qualcosa che non fa con il genitore, in modo che si crei una relazione piacevole ma anche desiderata, unica. Al contrario, se si mostra sfiducia verso gli altri, si alimenta nel bambino l’idea che solo la mamma è un posto sicuro.

LA SEPARAZIONE DEI GENITORI

La separazione dei genitori è un momento destabilizzante sia per i genitori sia per i bambini. Per i genitori implica un fallimento del proprio progetto di vita e genera emozioni simili al lutto; per i bambini implica un cambiamento nel loro mondo, in un modo che per loro equivale alla perdita delle sicurezze e anche alla perdita di una parte di sé.

Il conflitto genitoriale

Alcuni genitori possono chiedersi se debbano prefiggersi lo scopo di bandire ogni forma di conflitto coniugale o celare ai figli ogni disaccordo. Non solo è una cattiva idea ma è anche impossibile. Il conflitto e la collera sono componenti normali della vita matrimoniale. Le coppie che sanno esprimere le proprie differenze apertamente e sanno convivere rispettandole hanno rapporti più felici. I genitori che riconoscono le emozioni negative sono nella migliore posizione per aiutare i figli ad affrontare i loro sentimenti di collera, tristezza e paura. I figli possono trarre giovamento dall’assistere a certi conflitti familiari, quando i genitori esprimono il loro disaccordo in modo rispettoso e si sforzano per trovare una soluzione. Nascondere la verità è impossibile: la comunicazione avviene anche a livello non verbale e i bambini sanno leggere le componenti emotive di una situazione. La mancanza di spiegazioni può indurre i bambini a generarne di proprie, elaborando varie fantasie, generalmente colpevolizzanti di sé.

Non separarsi “per il bene dei figli”

Evitare di separarsi “per i figli” è un bene se significa che la coppia si impegna per risolvere i problemi e ritrovare la serenità, mentre non lo è se diventa una costrizione e un peso che inevitabilmente graverà anche sulle spalle dei figli. La convivenza obbligata espone infatti i bambini a conflitti continui e rischia di inserirli in ruoli che non spettano loro, come il ruolo di mediatori nei conflitti o di confidenti.

La decisione di separarsi

Un evento difficile o doloroso come la separazione dei genitori non necessariamente rappresenta un trauma a lungo termine per i figli: dipende anche da come viene gestito. È infatti fondamentale che tra i genitori si mantenga una comunicazione e una condivisione delle responsabilità verso i figli: i genitori in lotta sono per il bambino l’equivalente di una lotta interna, in quanto egli porta dentro di sé entrambi i genitori, ed è per lui impossibile e sconveniente prendere le parti di un genitore contro l’altro; ciò genererebbe infatti un forte senso di colpa per il tradimento di una delle due figure più importanti per lui. Un bambino coinvolto nel conflitto genitoriale potrà provare impotenza e rabbia, che si esprimeranno attraverso un possibile sintomo. I conflitti genitoriali che continuano durante e dopo la separazione hanno due possibili conseguenze:

  • Esauriscono le risorse dei genitori, che non riescono così a sostenere e accompagnare i bambini in questo momento difficile
  • Portano ad investire tutte le risorse affettive sui figli, con il rischio di collocarli in ruoli inappropriati

Come comunicare la decisione di separarsi ai figli?

Sospendere il conflitto tra genitori nell’interesse dei figli
I genitori dovrebbero mettersi d’accordo sui modi e sui tempi per comunicare al bambino la decisione di separarsi e dovrebbero essere in grado di farlo insieme. Lasciare che sia un solo genitore a fare la comunicazione genera un messaggio di parte ed implica il coinvolgimento del figlio in un conflitto.

Scegliere un momento adeguato
La comunicazione dovrebbe essere fatta in un momento calmo, in cui non ci siano interferenze esterne e in cui sia possibile esprimere vicinanza ai figli

Sottolineare che l’amore dei genitori per i figli non cambia
I figli hanno bisogno di sapere che l’amore dei genitori per loro sarà lo stesso, anche se mamma e papà non vanno più d’accordo e vivranno separati.

Accogliere le emozioni dei figli
È importante concedere a tutti i figli di poter esprimere le proprie emozioni o dubbi e accoglierli empaticamente.

Ricordare ai figli che non è colpa loro
Rassicurare i figli che non sono il motivo della separazione e che continueranno a vedere entrambi i genitori.

Essere sinceri
È importante evitare che i figli nutrano illusioni e speranze di una riconciliazione.

Quali reazioni può avere un figlio alla notizia della separazione dei genitori?

Compiacenza
Un figlio potrebbe decidere di fare del suo meglio per essere perfetto perché si sente in colpa per il conflitto tra i genitori e perché pensa di essere la causa della loro separazione.

Dolore o rabbia
Un figlio potrebbe mettere in atto manifestazioni estreme come modo per liberarsi della sofferenza che ha dentro.

Sgomento e opposizione
Un figlio potrebbe reagire con espressioni oppositive di rabbia e pianto nella speranza che con il suo comportamento possa cambiare le cose.

Come affrontare al meglio la separazione?

Non usare i figli come arma verso l’altro genitore
Quando un genitore impedisce all’altro di vedere i figli, parla male di lui in loro presenza o chiede ai figli di schierarsi, li mette nella posizione scomoda in cui si trova un figlio che ama entrambi i genitori e che si sente obbligato a proteggere ognuno di loro dagli attacchi dell’altro. È dunque importante che i genitori separino il ruolo di genitore da quello di coniuge in conflitto. Come genitori dovrebbero fare il possibile per aiutare i figli a sentirsi amati da entrambi i genitori, anche se ciò significa cedere all’altro coniuge parte del potere e dell’autorità. Dovrebbero inoltre cercare di concentrare l’attenzione sugli aspetti costruttivi dei conflitti, dicendo che essi aiutano mamma e papà a chiarire le differenze e a trovare le soluzioni.

Non lasciare che i figli si intromettano nel conflitto
Spesso i figli possono cercare di agire da mediatori tra i genitori. È importante dire ai figli che non rientra nelle loro responsabilità il prendersi cura dei genitori, sottolineando che non sono loro la fonte dei problemi e non mettendoli nella posizione di dover nascondere delle informazioni all’altro genitore.

Ricorrere all’allenamento emotivo per parlare dei conflitti tra genitori
È importante parlare con i figli dei loro sentimenti di tristezza, paura o rabbia quando scoppia un conflitto tra i genitori, scegliendo un momento in cui si è relativamente calmi. È importante dedicare tempo per aiutarli ad affrontare le loro emozioni a riguardo e rassicurarli che la loro tristezza è normale, legittima e compresa.

Stabilire strutture di sostegno emotivo per i figli
Il distacco dalla famiglia può essere una soluzione che il figlio trova per affrontare la situazione. È importante prestare attenzione agli amici e alle attività dei figli durante i periodi di tensione familiare e assicurarsi che siano circondati da altri adulti fidati a cui possano rivolgersi per conforto o appoggio.

Dimostrare ai figli che entrambi i genitori li amano
Ai figli bisogna assicurare che, anche se i genitori non vanno d’accordo, entrambi li ameranno sempre e si prenderanno cura di loro. Questo messaggio si trasmette anche continuando a interessarsi dei dettagli della vita quotidiana dei figli e rimanendo emotivamente disponibili per loro.

Ascoltare i figli
Nei casi di separazione i bisogni principali da prendere in considerazione sono quelli dei figli, non quelli dei genitori. I figli non possono essere divisi a metà e non sono pacchi postali: è importante che possano vedere entrambi i genitori, ma è fondamentale anche che lo possano fare secondo i loro tempi e bisogni, avendo una casa principale in cui tenere le loro cose.

Bibliografia
Cecatiello, A. – Clerici, C. A. (2016). I miei genitori si dividono. E io? Separarsi e divorziare tutelando se stessi e i figli. Red Edizioni
Gottman, J. – Declaire, J. (2015). Intelligenza emotiva per un figlio. Una guida per i genitori. BUR Biblioteca Univ. Rizzoli
Marcoli, A. (2017). Il bambino arrabbiato. Favole per capire le rabbie infantili. Mondadori

IL RUOLO DEL PADRE

Le famiglie stanno piano piano cambiando: cambiano le dinamiche, i ruoli, i bisogni, la struttura nucleare. Se prima il ruolo del padre era quello di mantenere economicamente la famiglia, oggi le richieste che vengono fatte a questa figura sono diverse. Da una parte il papà si trova a non essere più il solo a mantenere la famiglia, in quanto le donne hanno avuto sempre più accesso al mondo del lavoro, quindi non riesce più a riconoscersi nei modelli passati relativi all’”essere padre”, dall’altra si trova a ricevere la richiesta di un maggiore coinvolgimento nella vita quotidiana e affettiva dei figli, cosa che sicuramente crea una ricchezza maggiore sia per il padre che per il figlio, ma che porta spesso l’uomo a confrontarsi con una mancanza di modelli a cui fare riferimento, utili per una riorganizzazione serena della propria identità. Se prima questa destabilizzazione era vissuta maggiormente dalla donna, che aveva però generalmente delle figure femminili a cui fare riferimento, oggi la destabilizzazione tende a coinvolgere la coppia genitoriale. Tutto ciò può creare sì una forte destabilizzazione per l’uomo, tuttavia permette una maggiore condivisione della genitorialità tra madre e padre, sia nelle difficoltà sia nelle gioie.

Il contributo unico del papà alla vita dei figli

Il rapporto che i bambini sviluppano con il papà è generalmente diverso da quello che sviluppano con la mamma e questo è fonte di ricchezza. I bambini imparano infatti diversi modi di stare in relazione e sperimentano diverse abilità ed emozioni. Innanzitutto la presenza di entrambe le figure genitoriali a cui fare riferimento aiuta i bambini ad essere maggiormente a proprio agio nell’entrare in relazione anche con gli adulti estranei alla famiglia, inoltre di solito i papà entrano in relazione con i figli soprattutto attraverso il gioco fisico attivo. Questo permette ai bambini di sperimentare numerose emozioni, a volte anche contrastanti: fare l’areoplanino o scappare dal mostro permette ai bambini di sentirsi allo stesso tempo eccitati, divertiti, e anche un po’ spaventati. Vivere questo tipo di esperienze permette ai bambini, grazie all’aiuto del genitore, di riconoscere le diverse emozioni e di imparare a capire qual è la propria capacità di gestirle. Grazie all’interazione con il papà nel gioco i bambini capiscono quando è il momento di giocare e quando è il momento di calmarsi attraverso la lettura dei gesti e degli sguardi del papà; è un’abilità fondamentale che i bambini applicheranno anche nelle relazioni con i compagni di gioco. È comunque importante che i papà sappiano condurre il gioco senza però risultare impositivi: i bambini devono avere la possibilità di sperimentare le proprie emozioni e di capire i propri limiti.

Stare vicino ai figli, fisicamente ed emotivamente

  • Prendersi cura sin dalla gravidanza

    È importante che il papà sia coinvolto sin dalla gravidanza: da una parte permette a lui di sentirsi partecipe e dall’altra aiuta anche la donna a sentirsi più serena e sostenuta. Il coinvolgimento precoce del padre sin dalle prima fasi della gravidanza di solito implica un maggior coinvolgimento anche dopo la nascita e nelle varie fasi di crescita del bambino. Durante l’allattamento il padre può sentirsi un po’ escluso; è importante che trovi dei suoi modi e momenti per prendersi cura del bambino, come il bagnetto, il cambio del pannolino o dei momenti di coccole. È anche fondamentale che la madre sia in grado di accettare che il papà abbia diversi modi di prendersi cura del bambino rispetto ai suoi, rispettarli e sostenerlo, in modo che il papà si senta adeguato e competente nel rapporto con il proprio figlio. È giusto dare consigli, ma non criticare. I bambini traggono giovamento anche dai diversi modi con cui le persone si prendono cura di loro.

  • Essere coinvolti nei bisogni quotidiani del figlio

    I papà devono trovare il modo di restare sintonizzati con i propri figli e il modo più semplice perché questo avvenga è attraverso il coinvolgimento nella loro vita quotidiana: mangiare, fare il bagno, vestire e curare i figli. È proprio in questi momenti che si condividono gli affetti, i bisogni e le paure più intime e che le relazioni diventano più profonde. Diventare genitori implica saper accettare che per crescere un essere umano bisogna prendersi del tempo, rallentare, e che a volte questo implica una minor produttività o efficacia in altre aree.

  • Restare papà anche quando si è separati

    Non condividere più la stessa casa può rendere più difficile mantenere il coinvolgimento quotidiano nella vita dei figli. È però importante che, nonostante la distanza o la creazione di una nuova famiglia o le difficoltà di comunicazione con l’ex compagna, i genitori continuino a condividere le responsabilità genitoriali, a collaborare rispetto alla disciplina e all’educazione dei figli e che, quando i papà trascorrono il tempo con i figli, lo facciano nel modo più normale possibile. Infatti, anche se ci si vede meno, non significa che i figli quando sono con il papà siano liberi di non rispettare le regole o che debbano essere riempiti di regali. Per mantenere un rapporto è anche utile che i padri chiamino frequentemente i figli, almeno due o tre volte a settimana, per parlare della loro giornata, rimanendo informati sulla loro vita. L’eventuale creazione di una nuova relazione può essere difficile da accettare per i figli, in quanto si chiedono cosa implicherà la presenza di una nuova persona e quale diventerà il loro posto nella vita del papà. È importante accettare le loro emozioni negative e dargli il tempo per adattarsi al cambiamento, cercando di resistere alla tentazione di gettare la spugna e di ritirarsi dal rapporto con loro. Questo non farebbe che confermare ai figli che la nuova persona entrata nella vita del papà li ha sostituiti e ha diminuito il suo amore per loro.

Bibliografia
Gottman, J. – Declaire, J. (2015). Intelligenza emotiva per un figlio. Una guida per i genitori. BUR Biblioteca Univ. Rizzoli

INFERTILITÀ: E ADESSO?

L’infertilità è una condizione che impedisce il concepimento: può essere primaria, se non è mai avvenuto un concepimento, o secondaria, se è sopravvenuta in seguito a precedenti concepimenti. L’infertilità si differenzia dalla sterilità in quanto la seconda implica una impossibilità a concepire dovuta a cause biologiche, mentre la prima può comprendere diversi fattori che diminuiscono la probabilità di concepire.

L’infertilità e la sterilità sono collegate al disagio psichico, in quanto implicano una presa di consapevolezza della propria difficoltà o impossibilità a generare una vita. C’è un forte legame tra il vissuto emotivo negativo che si può sperimentare in questa situazione, lo stress e le conseguenze fisiche: lo stress che nasce con la diagnosi di infertilità può infatti incidere sul benessere psicologico della persona, generando ansia, depressione, disturbi sessuali, isolamento sociale, sentimenti di vergogna e colpa.

Spesso l’infertilità giunge come uno “shock”, all’interno di un progetto di vita che si andava definendo all’interno della coppia, destabilizzando sia la coppia, sia i singoli individui che la costituiscono. Il desiderio di avere un bambino, il confrontarsi con la difficoltà a realizzare questo desiderio e sentire il tempo che scorre spesso inserisce la coppia o i suoi membri all’interno di una dinamica prestazionale, tesa all’obiettivo, che genera stress e preoccupazione, incidendo sul benessere individuale e relazionale.

Le emozioni che più spesso si avvertono in questa situazione sono tristezza per il senso di fallimento personale, rabbia per l’impossibilità nel realizzare un progetto per sé importante, senso di colpa verso il partner, vergogna nei confronti degli altri che si aspettano l’arrivo di un bambino, delusione verso le proprie risorse e potenzialità, ansia per il tempo che passa e i risultati che non arrivano. Queste emozioni possono portare ad evitare le situazioni sociali, che espongono al confronto con gli altri, a diminuire la comunicazione e l’intimità con il partner, a causa di una difficoltà a comunicare ciò che si sente, e ad un senso sempre maggiore di solitudine.

L’infertilità richiede una rielaborazione dell’immagine di sé e della coppia, in cui gli individui possano entrare in contatto con le proprie emozioni e ritrovare se stessi ed il proprio valore al di là della propria capacità procreativa e in cui la coppia possa ricostruirsi e ridefinirsi attraverso un nuovo progetto di vita.

Il lavoro di accettazione e ridefinizione di sé è fondamentale per porre le basi per la costruzione di un nuovo progetto di vita, il quale può andare verso la procreazione medicalmente assistita, attraverso la fecondazione omologa o eterologa, verso il rimanere una coppia o verso l’adozione.

Fecondazione omologa

La fecondazione omologa è una tecnica di procreazione medicalmente assistita che ricorre ai gameti della coppia genitoriale.

È una tecnica che implica un forte controllo medico della procreazione: da una parte la presenza di questa possibilità genera negli individui e/o nella coppia una nuova fiducia e speranza e la responsabilità viene delegata all’esterno, dall’altra può svilupparsi nel tempo un senso di invasione della propria intimità, un vissuto della sessualità come meccanica e orientata all’obiettivo e un ciclo di speranza e delusione che si ripete ogni volta che il trattamento fallisce, diminuendo l’autostima e aumentando la chiusura nella coppia.

È dunque fondamentale che la fecondazione omologa sia preceduta o accompagnata da un percorso di elaborazione della propria infertilità, che permetta alla persona di riscoprire le proprie risorse e il proprio valore, e di sostegno alla coppia, in modo che il trattamento venga vissuto con minore ansia e stress e con la consapevolezza che il risultato non necessariamente sarà positivo e che questo non implicherà un fallimento personale.

Fecondazione eterologa

La fecondazione eterologa si applica quando uno dei due partner è sterile e dunque è necessario ricorrere alla donazione di un gamete da parte di un donatore “esterno”.

Di solito per la donna accettare la donazione di un ovulo può essere più semplice da elaborare, in quanto vivrà comunque l’esperienza della gravidanza e sentirà il bambino crescere dentro di sé, dandogli poi la vita. Per l’uomo invece il senso di esclusione potrebbe essere più forte.

È dunque fondamentale un processo di elaborazione della presenza del donatore: il donatore è sì chi permette la realizzazione di un desiderio altrimenti irrealizzabile, ma implica anche il confrontarsi con la propria sterilità e con un figlio che non possiede il proprio patrimonio genetico.

Spesso questa procedura fa nascere nel genitore sterile la paura che non sentirà il figlio come totalmente suo ed il timore di non riuscire ad accettarlo, oltre che il dubbio di non essere sufficientemente “uomo” o “donna” per il fatto di dover ricorrere a gameti esterni. Inoltre alla coppia potrebbe sorgere il dubbio su come potrà raccontare al figlio come è nato e se avrà differenze cognitive o emotive rispetto a bambini concepiti naturalmente.

Diversi studi dimostrano che tali differenze cognitive ed emotive non sono presenti. Per quanto riguarda invece come raccontare al bambino del suo concepimento, sembra che sia importante farlo quando i bambini mostrano interesse per l’argomento e iniziano a fare domande. Per i più piccoli si fa di solito riferimento alla storia di un Aiutante che ha permesso a mamma e papà di avere un bambino che desideravano e che amano tanto o alla storia dei Pezzi di Ricambio, per cui il corpo di mamma e papà non funzionava perfettamente e hanno dovuto chiedere ad un aiutante dei pezzi di ricambio perché tornasse a funzionare bene e gli permettesse di avere il loro bambino. Per i più grandi si può parlare di come esistano tante famiglie diverse, in cui i figli possono nascere da fecondazione eterologa, possono venire adottati, possono avere due genitori dello stesso genere sessuale, raccontando che ci sono molti modi di essere famiglia e che un uomo e una donna per poter essere genitori hanno diverse possibilità.

Adozione

L’adozione è un lungo percorso che implica l’elaborazione della propria infertilità e la capacità di accogliere un bambino con una sua storia.

L’adozione è importante che nasca dal desiderio di avere un figlio e non dal bisogno di averlo. Ricorrere all’adozione per il bisogno di avere un figlio rischia di impedire una reale accettazione e apertura al bambino per come è, con le sue caratteristiche e storia di vita, in quanto il genitore tenderà a proiettare su di lui le proprie aspettative e desideri delusi a causa dell’infertilità. Accogliere un bambino per il desiderio di avere un figlio implica invece l’apertura all’altro e una maggiore capacità di accoglierlo e di sostenerne lo sviluppo in modo sano e positivo.

Rimanere una coppia

La coppia può anche scegliere di accettare la propria infertilità e di riscoprire il piacere di essere in due, attraverso lo sviluppo di nuovi interessi, un nuovo investimento nel lavoro, l’accudimento di animali domestici, la creazione di nuove amicizie, la progettazione di viaggi. Ogni coppia può trovare un modo differente di dare un nuovo significato alla propria vita, accettando che non avere un figlio non significa vivere peggio ma semplicemente vivere in modo diverso.