LA RABBIA NEI BAMBINI

La rabbia è un’emozione ed è un’emozione che esprime vitalità. Spesso però nasconde altro: dolore, angoscia, paura dell’abbandono, impotenza, senso di colpa, sentirsi annullati perché non capiti né ascoltati. La rabbia è il tentativo di creare un ponte verso gli altri, è un modo per comunicare qualcosa che è dentro di noi e che non sappiamo come esprimere altrimenti; è l’accumularsi di emozioni negative inespresse che a un certo punto hanno bisogno di venire fuori, e non conoscendo un modo costruttivo di farlo, lo fanno attraverso la rabbia, che può essere distruttiva verso sé e verso gli altri.

Sebbene la reazione più immediata alla rabbia sia quella di prenderne le distanze, è invece importante ascoltarla, per capire cosa c’è sotto, da cosa nasce, e trovarle uno sbocco evolutivo. Cercare di ignorarla, tenerla a freno, nasconderla, implica un grande sforzo e un grande impiego di energia, che potrebbe essere invece investita nello sviluppo di risorse.

Come interagire con la rabbia?

  • Riconoscere le emozioni che si celano dietro la manifestazione di rabbia e rispettarle, non negarle, nasconderle o vergognarsene, ma dargli una loro dignità. Se quelle emozioni esistono, hanno una loro ragione per farlo.
  • Contenere e tollerare mentalmente la rabbia, sia la nostra sia quella altrui, aiutando gli altri a farlo a loro volta. Accettare che la rabbia è un’emozione, che fa parte della vita e che ha un inizio, uno svolgimento e una fine, aiuta a osservarne e sopportarne la presenza.
  • Invece di scappare o di reagire con altra rabbia, bisogna provare ad ascoltare la rabbia e accettare di confrontarsi anche con il dolore, la paura, la solitudine e le altre emozioni che nasconde.

Cosa può generare rabbia nei bambini?

  • La paura di essere abbandonati

Le paure hanno una funzione autoprotettiva: sono emozioni primarie, che permettono di attivare reazioni di difesa nei confronti di potenziali pericoli. Le paure possono essere connesse all’età evolutiva o alla storia individuale.

La paura di essere abbandonati, in particolare, è tanto maggiore quanto più piccolo è il bambino. Quanto più siamo piccoli, tanto maggiore sarà la dipendenza dal genitore, in quanto fondamentale per la nostra sopravvivenza.

Se, nei periodi in cui la vicinanza a chi si prende cura di noi è più importante, accade qualcosa che mette a rischio il legame di dipendenza (come la nascita di un fratellino o la morte/malattia di una persona vicina), il bambino potrà temere di essere abbandonato, e dunque di morire.

Nel bambino queste paure, difficili da verbalizzare ed esprimere, possono manifestarsi attraverso dei sintomi comportamentali, come la rabbia e la fobia, che permettono di trasferire l’ansia su oggetti più gestibili. Il vissuto di essere abbandonati non nasce solo da un’assenza fisica della persona di riferimento, ma anche da una sua eventuale assenza mentale (dovuta ad altri problemi, come la depressione o eventi che catturano tutta l’attenzione).

È dunque fondamentale riconoscere le paure del bambino, aiutarlo ad esprimerle, senza svalutarlo o minimizzarle. Bisogna accogliere queste paure e mostrare così al bambino che possono essere gestite e superate. È importante lasciare che il bambino le superi con i suoi tempi e modalità, senza forzarlo.

  • L’iperprotezione svalutativa

Molto spesso i modelli relazionali che mettiamo in campo con i nostri figli derivano dai modelli relazionali che a nostra volta abbiamo sperimentato con i nostri genitori, per uguaglianza o per differenza. Possiamo cioè riproporre lo stesso modello, perché è l’unico che conosciamo, oppure cercare di fare l’opposto, nella speranza di impedire ai nostri figli di subire le nostre stesse ferite.

La svalutazione è un meccanismo che spesso è presente nelle relazioni, in forma verbale (“non sei capace!”) o non verbale (rifare una cosa appena fatta da un’altra persona, alzare gli occhi al cielo), e che incide fortemente sull’autostima della persona svalutata e ne mette in crisi le risorse.

Uno dei modi per svalutare un bambino, di solito inconsapevolmente, è l’iperprotezione. Un genitore, spesso guidato dal desiderio di aiutare il proprio figlio e di evitargli la sofferenza di non riuscire a fare qualcosa e sentirsi incapace (esperienza generalmente riconducibile all’infanzia del genitore stesso), può iniziare a fare le cose al posto suo. Tuttavia, questo comportamento porta il bambino a sviluppare un’immagine di sé come incapace di fare le cose autonomamente o comunque a pensare di non essere abbastanza bravo nel farle e a nutrire una paura rispetto all’assumersi delle responsabilità, in quanto abituato ad essere sostituito dal genitore. Il sostituirsi completamente al bambino impedisce a quest’ultimo di confrontarsi con le frustrazioni e di apprendere le strategie per superare i momenti difficili. Il bambino fa fatica a crearsi un’identità e un bagaglio di risorse e sicurezze, perché tutto ciò che fa e pensa è determinato dal genitore. Inoltre, il non essere considerato capace, in grado di fare da sé e di autodeterminarsi, può generare nel bambino frustrazione, impotenza e rassegnazione, che possono esprimersi attraverso la rabbia.

È dunque importante lasciare che il bambino sperimenti a modo suo il mondo, garantendo comunque la propria presenza di genitore e il proprio aiuto nei momenti di difficoltà. Il bambino deve avere la possibilità di commettere errori e di avere fiducia nel fatto che continuando a provarci, alla fine imparerà, nel rispetto delle sue risorse ma anche dei suoi limiti.

  • Gli interventi ironici distruttivi

L’ironia può essere uno strumento utile per sdrammatizzare alcune situazioni, ma è importante prestare attenzione a come la si usa. Ciò che fa la differenza è usarla su di sé o sugli altri e soprattutto prestare attenzione alla reazione di chi si ha davanti.

A volte un bambino può fare al genitore delle richieste che per lui sono importanti ma a cui il genitore si rifiuta di acconsentire, per una ragione o per l’altra. Di fronte alla sofferenza del bambino, al genitore può capitare di pensare che usare l’ironia, prendendo in giro le sue richieste e facendolo ridere, possa alleggerire la situazione. In realtà questo per il bambino significa veder prendere in giro una cosa per lui importante; si sentirà dunque mortificato e offeso, e questa mortificazione, accumulandosi nel tempo, potrà trasformarsi in rabbia. Una rabbia inascoltata potrà a sua volta far sentire al bambino che non vale nulla, che ciò che sente, pensa e desidera non ha valore. Il dolore devastante di questa condizione diventerà intollerabile al punto che il bambino, per proteggersene, potrà decidere di chiudere in un cassetto tutte le emozioni e di usare solo la testa, diventando come un guscio vuoto. L’unico modo per sentirsi di nuovo vivo sarà riprendere il contatto con tutte quelle emozioni messe a tacere per non soffrire.

Quando si usa l’ironia, è importante prestare attenzione al feedback del bambino. Un bambino ferito, frustrato, triste, deve far riflettere sul proprio modo di comunicare con lui.

  • Estrema vicinanza o estrema lontananza

Nel primo anno di vita il bambino ha un forte bisogno di stare attaccato alla madre, da cui dipende per la sopravvivenza, mentre verso il primo anno di età il bambino inizia a camminare e ad esplorare l’ambiente, staccandosi dalla madre. Tuttavia, nel periodo tra il primo e il secondo anno di vita, tendenzialmente verso i 15 mesi, il bambino, che nel frattempo ha già cominciato a esplorare l’ambiente e ha sviluppato una certa consapevolezza dell’essere molto piccolo in un mondo molto grande, torna ogni tanto a cercare improvvisamente la madre per ritrovare sicurezza e spingersi ad esplorare più lontano.

Il modo in cui la mamma reagisce a questo bisogno è fondamentale, in quanto dovrebbe evitare i due estremi: l’eccessiva vicinanza e l’eccessiva lontananza. Da una parte, tenere il bambino costantemente attaccato a sè gli impedisce il distacco e la scoperta dell’ambiente, fondamentali per costruire un senso di sé, della propria identità e delle proprie risorse; dall’altra, impedire al bambino di avvicinarsi, costringendolo all’autonomia quando ancora non è pronto porta il bambino a doversi adattare e arrangiare con le proprie forze, non rispettando quelli che sono i suoi tempi. Entrambi gli atteggiamenti possono portare il bambino a sperimentare la rabbia, in quanto può non sentire riconosciuti i propri tempi e bisogni e può sentirsi impaurito e inadeguato, nel caso in cui non abbia potuto affrontare il mondo esterno, o manchevole di qualcosa, nel caso in cui non abbia potuto godere della sicurezza materna quando ne aveva bisogno.

È dunque fondamentale saper ascoltare il bambino e comprendere e assecondare i suoi tempi di crescita, cercando di trovare il miglior equilibrio tra i bisogni del bambino e quelli della mamma. Questo non accade solo nei primi anni di vita, ma si ripresenta costantemente nel corso della crescita e in particolare durante l’adolescenza.

  • Le critiche svalutative

Il processo di apprendimento è un percorso che avviene per prove ed errori e in cui nessuno è immune dallo sbagliare. Se però la persona che ci fornisce un insegnamento sottolinea solo i nostri errori e mai i nostri successi, ciò che proviamo è mortificazione, tristezza, delusione, frustrazione, rabbia. Questo può impedire lo sviluppo delle nostre abilità.

Un bambino, nel pieno del processo di apprendimento, ha bisogno di essere sostenuto e valorizzato, per trovare la motivazione e il desiderio di superare le difficoltà e acquisire nuove risorse e capacità. Se però viene costantemente svalutato, svilupperà un’immagine di sé come qualcuno che sbaglia sempre, e strutturerà l’idea secondo cui ci sono degli standard alti, che non riuscirà mai a raggiungere, e che i limiti non possono essere accettati. L’inevitabile conseguenza sarà che questo bambino davanti a un obiettivo tenderà a rinunciare in partenza, per evitare le conseguenze negative.

Conoscere i propri errori è utile per crescere e sviluppare nuove risorse e competenze ma quello che ci serve non è qualcuno che ci giudichi quando sbagliamo ma qualcuno che ci accetti per come siamo, con i nostri limiti, e che ci aiuti a comprendere cosa abbiamo sbagliato e come possiamo fare per migliorare, sottolineando poi i nostri successi.

  • La ricerca di sé negli altri

Quando nasciamo siamo completamente in mano ad altre persone, da cui dipendiamo per le cure. Da loro assorbiamo tutto ciò che ci serve per imparare a stare al mondo e attraverso la relazione con loro si crea un gioco di rimandi e rispecchiamenti che sarà alla base della nostra idea di noi stessi e degli altri, e dunque della nostra identità. Questo rispecchiamento continua nel corso di tutta la vita, ma in modo meno incisivo, perché è diverso il bisogno che ne sta alla base: se da piccoli i rimandi degli altri fondano la costruzione della nostra identità, da adulti possono farci piacere o meno, ma non dovrebbero incidere in modo netto sulla nostra autostima.

Può capitare tuttavia, se i nostri stessi genitori hanno sviluppato un’identità fragile e un’autostima insicura, o se accade qualcosa che assorbe tutte le loro energie e attenzioni, o se ci abituano a un’adorazione illimitata e ad un’aspettativa di attenzioni che la vita deluderà, che da bambini fatichiamo a riempire il sacco delle nostre sicurezze e che non riusciamo a crearci una chiara immagine di noi e delle nostre risorse. Questo ci porta da adulti a continuare questa ricerca di noi stessi negli occhi degli altri, così che i rimandi degli altri continuano a costituire la base del nostro senso di sé. Gli altri diventano fondamentali per noi, in quanto il loro sguardo su di noi determina ciò che noi siamo per noi stessi. Se il rimando è positivo, ci sentiamo amati e stimati; se è negativo, e dunque se veniamo criticati o contraddetti, proviamo una forte rabbia, legata al dolore di sentire di non valere nulla o di vedere un’immagine riflessa di noi che non sentiamo nostra. Per evitare questo forte dolore, cerchiamo dunque di fare sempre le cose alla perfezione, per avere l’approvazione degli altri, ma quando siamo soli ci sentiamo male, perché non sappiamo esattamente chi siamo e abbiamo paura di noi stessi, come delle cose che non conosciamo.

Questo vissuto può portare a ricercare anche nel partner qualcuno che sia disposto a rimandarci un’immagine di noi, che ci apprezzi e stimi, e allo stesso tempo a provare rabbia quando questa persona capisce che non può dedicare tutto il suo tempo a rimandarci l’immagine di cui abbiamo bisogno.

Diventa dunque fondamentale riuscire a vedere cosa c’è sotto questa rabbia e confrontarsi con il proprio dolore, la propria angoscia, la paura di non farcela da soli, e riconoscere quelle che sono le nostre potenzialità, prendercene cura, e trovare attraverso di esse un’immagine di chi siamo e di cosa sappiamo fare.

Bibliografia
Marcoli, A. (2017). Il bambino arrabbiato. Favole per capire le rabbie infantili. Mondadori

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