INFERTILITÀ: E ADESSO?

L’infertilità è una condizione che impedisce il concepimento: può essere primaria, se non è mai avvenuto un concepimento, o secondaria, se è sopravvenuta in seguito a precedenti concepimenti. L’infertilità si differenzia dalla sterilità in quanto la seconda implica una impossibilità a concepire dovuta a cause biologiche, mentre la prima può comprendere diversi fattori che diminuiscono la probabilità di concepire.

L’infertilità e la sterilità sono collegate al disagio psichico, in quanto implicano una presa di consapevolezza della propria difficoltà o impossibilità a generare una vita. C’è un forte legame tra il vissuto emotivo negativo che si può sperimentare in questa situazione, lo stress e le conseguenze fisiche: lo stress che nasce con la diagnosi di infertilità può infatti incidere sul benessere psicologico della persona, generando ansia, depressione, disturbi sessuali, isolamento sociale, sentimenti di vergogna e colpa.

Spesso l’infertilità giunge come uno “shock”, all’interno di un progetto di vita che si andava definendo all’interno della coppia, destabilizzando sia la coppia, sia i singoli individui che la costituiscono. Il desiderio di avere un bambino, il confrontarsi con la difficoltà a realizzare questo desiderio e sentire il tempo che scorre spesso inserisce la coppia o i suoi membri all’interno di una dinamica prestazionale, tesa all’obiettivo, che genera stress e preoccupazione, incidendo sul benessere individuale e relazionale.

Le emozioni che più spesso si avvertono in questa situazione sono tristezza per il senso di fallimento personale, rabbia per l’impossibilità nel realizzare un progetto per sé importante, senso di colpa verso il partner, vergogna nei confronti degli altri che si aspettano l’arrivo di un bambino, delusione verso le proprie risorse e potenzialità, ansia per il tempo che passa e i risultati che non arrivano. Queste emozioni possono portare ad evitare le situazioni sociali, che espongono al confronto con gli altri, a diminuire la comunicazione e l’intimità con il partner, a causa di una difficoltà a comunicare ciò che si sente, e ad un senso sempre maggiore di solitudine.

L’infertilità richiede una rielaborazione dell’immagine di sé e della coppia, in cui gli individui possano entrare in contatto con le proprie emozioni e ritrovare se stessi ed il proprio valore al di là della propria capacità procreativa e in cui la coppia possa ricostruirsi e ridefinirsi attraverso un nuovo progetto di vita.

Il lavoro di accettazione e ridefinizione di sé è fondamentale per porre le basi per la costruzione di un nuovo progetto di vita, il quale può andare verso la procreazione medicalmente assistita, attraverso la fecondazione omologa o eterologa, verso il rimanere una coppia o verso l’adozione.

Fecondazione omologa

La fecondazione omologa è una tecnica di procreazione medicalmente assistita che ricorre ai gameti della coppia genitoriale.

È una tecnica che implica un forte controllo medico della procreazione: da una parte la presenza di questa possibilità genera negli individui e/o nella coppia una nuova fiducia e speranza e la responsabilità viene delegata all’esterno, dall’altra può svilupparsi nel tempo un senso di invasione della propria intimità, un vissuto della sessualità come meccanica e orientata all’obiettivo e un ciclo di speranza e delusione che si ripete ogni volta che il trattamento fallisce, diminuendo l’autostima e aumentando la chiusura nella coppia.

È dunque fondamentale che la fecondazione omologa sia preceduta o accompagnata da un percorso di elaborazione della propria infertilità, che permetta alla persona di riscoprire le proprie risorse e il proprio valore, e di sostegno alla coppia, in modo che il trattamento venga vissuto con minore ansia e stress e con la consapevolezza che il risultato non necessariamente sarà positivo e che questo non implicherà un fallimento personale.

Fecondazione eterologa

La fecondazione eterologa si applica quando uno dei due partner è sterile e dunque è necessario ricorrere alla donazione di un gamete da parte di un donatore “esterno”.

Di solito per la donna accettare la donazione di un ovulo può essere più semplice da elaborare, in quanto vivrà comunque l’esperienza della gravidanza e sentirà il bambino crescere dentro di sé, dandogli poi la vita. Per l’uomo invece il senso di esclusione potrebbe essere più forte.

È dunque fondamentale un processo di elaborazione della presenza del donatore: il donatore è sì chi permette la realizzazione di un desiderio altrimenti irrealizzabile, ma implica anche il confrontarsi con la propria sterilità e con un figlio che non possiede il proprio patrimonio genetico.

Spesso questa procedura fa nascere nel genitore sterile la paura che non sentirà il figlio come totalmente suo ed il timore di non riuscire ad accettarlo, oltre che il dubbio di non essere sufficientemente “uomo” o “donna” per il fatto di dover ricorrere a gameti esterni. Inoltre alla coppia potrebbe sorgere il dubbio su come potrà raccontare al figlio come è nato e se avrà differenze cognitive o emotive rispetto a bambini concepiti naturalmente.

Diversi studi dimostrano che tali differenze cognitive ed emotive non sono presenti. Per quanto riguarda invece come raccontare al bambino del suo concepimento, sembra che sia importante farlo quando i bambini mostrano interesse per l’argomento e iniziano a fare domande. Per i più piccoli si fa di solito riferimento alla storia di un Aiutante che ha permesso a mamma e papà di avere un bambino che desideravano e che amano tanto o alla storia dei Pezzi di Ricambio, per cui il corpo di mamma e papà non funzionava perfettamente e hanno dovuto chiedere ad un aiutante dei pezzi di ricambio perché tornasse a funzionare bene e gli permettesse di avere il loro bambino. Per i più grandi si può parlare di come esistano tante famiglie diverse, in cui i figli possono nascere da fecondazione eterologa, possono venire adottati, possono avere due genitori dello stesso genere sessuale, raccontando che ci sono molti modi di essere famiglia e che un uomo e una donna per poter essere genitori hanno diverse possibilità.

Adozione

L’adozione è un lungo percorso che implica l’elaborazione della propria infertilità e la capacità di accogliere un bambino con una sua storia.

L’adozione è importante che nasca dal desiderio di avere un figlio e non dal bisogno di averlo. Ricorrere all’adozione per il bisogno di avere un figlio rischia di impedire una reale accettazione e apertura al bambino per come è, con le sue caratteristiche e storia di vita, in quanto il genitore tenderà a proiettare su di lui le proprie aspettative e desideri delusi a causa dell’infertilità. Accogliere un bambino per il desiderio di avere un figlio implica invece l’apertura all’altro e una maggiore capacità di accoglierlo e di sostenerne lo sviluppo in modo sano e positivo.

Rimanere una coppia

La coppia può anche scegliere di accettare la propria infertilità e di riscoprire il piacere di essere in due, attraverso lo sviluppo di nuovi interessi, un nuovo investimento nel lavoro, l’accudimento di animali domestici, la creazione di nuove amicizie, la progettazione di viaggi. Ogni coppia può trovare un modo differente di dare un nuovo significato alla propria vita, accettando che non avere un figlio non significa vivere peggio ma semplicemente vivere in modo diverso.

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